Il Supersonico "Plastic" Urban: L'Inconsistenza Artistica di Samurai Jay
Il boom della musica urban degli ultimi anni ha dimostrato come la periferia possa farsi centro, trasformando il dialetto e le storie di vita in un codice universale capace di dominare le classifiche nazionali, ma in questo Rinascimento particolarmente incisivo, quando funziona, fatto di suoni cupi, rime taglienti e contaminazioni visionarie, si muove anche una galassia di figure che la corrente non la creano, limitandosi a galleggiarci sopra con ammirevole opportunismo.
È esattamente in questo limbo industriale che si colloca Samurai Jay, perfetto prototipo dell'artista algoritmico, privato di qualunque reale identità e ridotto a un misero esecutore di formule sbiadite. Se la trap e l'hip hop dovrebbero essere canali di verità (almeno negli States è così), cruda o poetica che sia, la sua proposta si rivela un vuoto a perdere pneumatico, un esercizio dove lo stile stesso è copiato male da modelli d'oltreoceano o da colleghi decisamente molto più dotati, senza che emerga mai un briciolo di originalità nelle narrazioni, perennemente incastrate nel solito dizionario standardizzato del riscatto sociale del disadattato da manuale, dei "bro" (fratelli) che non tradiscono, dei soldi che cambiano tutto e delle minacce sussurrate a un nemico immaginario che esiste solo nei cliché del genere, oltre che nelle proprie teste. Ascoltare la sua produzione equivale a scontrarsi con una piattezza disarmante, dove ogni traccia sfuma in quella successiva senza lasciare un’immagine, una metafora degna di nota o una rima che faccia riflettere, mentre persino l'uso massiccio dell'autotune, che in altri interpreti diventa uno strumento di sperimentazione quasi psichedelica, nelle sue tracce si trasforma in una stampella indispensabile per coprire una cronica mancanza di dinamica vocale e di intuizione melodica. Tutto suona uniformato e ripulito per non urtare la sensibilità delle playlist discografiche o per fare da sottofondo intercambiabile a una manciata di secondi sui social, tanto che anche quando ha avuto la fortuna di trovarsi dentro collaborazioni di altissimo profilo, il suo contributo si è regolarmente ridotto a quello di un comprimario trasparente, un riempitivo inserito per logiche di posizionamento da classifica e sistematicamente oscurato dalla personalità e dal talento di chi gli stava accanto. Il fatto che sia finito addirittura a Sanremo è un mistero a cui difficilmente troveremo risposta. Ancje se ormai quel festival (la minuscola è d'obbligo) sprigiona ormai sempre più musica di merda, che vuole catturare i giovani se intende sopravvivere.
Questa totale assenza di spessore è l’emblema di un mercato che premia la riproducibilità tecnica a scapito dell’anima, poiché Samurai Jay non graffia, non emoziona, non disturba (almeno artisticamente) e non innova, ma si limita a esistere all'interno di un trend, recitando la parte con la stessa intensità di un attore svogliato e dimostrando che, una volta tolta la patina della produzione modaiola, sotto non rimane assolutamente nulla se non il silenzio di un'arte che non ha mai avuto nulla da dire. Difatti è di recente attualità il fatto che sia il perfetto testimonial estivo di una famosa marca di gelati. Il che dice tutto.
Alessio Miglietta
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