[MONOGRAFIA] Afterhours: La poesia del rumore, del furore e del buio
Milano. Piove su una metropoli industriale e grigia. L'asfalto riflette le luci giallastre dei lampioni. In sottofondo, il fischio distorto di un amplificatore valvolare spinto al massimo. Il riverbero cresce fino a diventare insopportabile, poi un accordo di chitarra elettrica lo spezza a metà. C'è stato un momento in cui il rock in Italia era solo un'imitazione sbiadita di ciò che accadeva oltreoceano. Poi, dal ventre umido di Milano, è emersa un'entità che ha preso la melodia italiana, le ha tagliato la gola con un vetro rotto e ha usato il sangue per scriverci sopra poesie maledette. Questa è la storia degli Afterhours. Probabilmente, la più grande rock band che questo Paese abbia mai partorito. Quando gli Afterhours squarciano il velo degli anni Novanta, il rock italiano è diviso a metà: da una parte l'impegno politico scarno e rurale dei CSI, dall'altra il rumore bianco e raffinato dei Marlene Kuntz. La creatura di Manuel Agnelli si insinua e...