La Metamorfosi Musicale del Verbo Poetico secondo l'autore MARCO PETRUZZELLA
Esiste un momento germinale, nella riflessione teorica ed esistenziale del poeta Marco Petruzzella, in cui la parola smette di contemplare la propria aristocratica solitudine per aprirsi alla necessità impellente della manifestazione. Mosso da una dialettica che egli stesso definisce apertamente iperbolica — un'attitudine stilistica e filosofica in cui l'esagerazione espressiva diviene tensione verso l'assoluto —, Petruzzella traccia una parabola illuminante sulla transizione dal verso puro alla forma canzone. Non si tratta di una semplice operazione di adattamento metrico né di un compromesso commerciale, bensì di una vera e propria metamorfosi ontologica. Con un'analogia folgorante e quasi teologica, il poeta paragona questo passaggio al modo in cui la divinità decide di farsi profeta per comunicare con il creato, o a come l'anima si trasforma in spettro per rendere percepibile la propria presenza. Tale trasfigurazione risponde a una «pratica necessaria ed assoluta»: l'esigenza ineludibile di manifestarsi, di uscire dall'ombra e di farsi partecipe della società viva.
La poesia rimane indiscutibilmente per Petruzzella «il grande amore», la radice prima del suo sentire. Tuttavia, essa trae origine da un luogo e da un tempo remoti, custodendo un'essenza arcaica e sacrale. Nell'epoca contemporanea, dominata dalla velocità convulsiva, dal flusso tecnologico e dall'immediatezza dei consumi culturali, la poesia pura rischia di apparire inevitabilmente lontana, inaccessibile, persino muta di fronte a un pubblico che fatica a decodificarne la rarefatta astrazione. Se la divinità rimane confinata nel suo empireo trascendente, la gente stenta a coglierne la sostanza profonda. Per superare questa distanza senza snaturare l'ispirazione originaria, la parola poetica necessita dell'elemento umano per eccellenza: la carne e il sangue. È proprio in questa soglia di vulnerabilità e contatto che si innesta il ruolo salvifico della musica.
«Come la divinità si fa profeta, come l'anima si fa spettro per la pratica necessaria ed assoluta di rendersi partecipe della società, così la poesia si fa manifestazione nella musica: un linguaggio universale che dona carne e sangue all'astrazione.»
Pur definendosi «fieramente cultore dell'astrazione», Petruzzella comprende che il verso nudo richiede un «vestito» capace di renderlo fruibile e commovente per l'umanità intera. La musica costituisce appunto questo abito incantato: un linguaggio universale, immediato e democratico, in grado di abbattere le barriere intellettualistiche e di veicolare il nucleo emozionale del poema fino al cuore dell'ascoltatore. La ricerca di questo connubio non è casuale, ma procede per affinità elettive, analizzando il significato, l'interprete, lo stile e il genere più adatti a far risuonare la parola originaria.
In questo percorso di incarnazione sonora, Petruzzella marca una distinzione fondamentale circa la propria identità artistica: egli chiarisce di non essere e di non voler diventare un cantautore nel senso classico del termine. La sua genesi non appartiene al mestiere della canzone d'autore tradizionale, bensì alla scaturigine poetica primordiale. Coerentemente con la sua indole iperbolica, esuberante e talvolta esasperata, il poeta individua nel punk e nel rock i territori musicali prediletti. Generi privi di edulcorazioni, impregnati di energia viscerale e carica eversiva, il punk e il rock si rivelano i contenitori ideali nei quali «incastonare» un verso che vuole farsi carne senza perdere la propria irriducibile forza. Rivestire la poesia con la potenza della musica significa dunque compiere un atto di restituzione democratica: trasformare l'astrazione remota in un'esperienza viva, pulsante e consumabile da tutti, dove il sacro del verso ritrova la sua voce nell'abbraccio profano del suono.
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Alessio Miglietta
Non posso che essere commosso da questa geniale analisi
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