RECENSIONE GRANDI CLASSICI: In the Court of the Crimson King
Pubblicato nell'ottobre del 1969, In the Court of the Crimson King non si configura come un semplice debutto discografico, ma come l'atto formale di codifica di un nuovo vocabolario sintattico per la musica popolare britannica. I King Crimson di Robert Fripp operano una cesura netta: esautorano del tutto la matrice blues d'oltreoceano per applicare il rigore formale della composizione di derivazione europea e l'interplay del jazz modale a una strumentazione di stampo rock. La produzione, curata dalla stessa band ai Wessex Sound Studios di Londra, restituisce un suono stratificato e tridimensionale che definisce i canoni acustici dell'incipiente rock progressivo.
Il manifesto programmatico di questa operazione è la traccia d'apertura, "21st Century Schizoid Man". Strutturata su una macro-forma A-B-A, la composizione si apre con un riff all'unisono in 4/4 dalla marcata connotazione heavy, ancorato a una scala pentatonica minore sporcata da costanti cromatismi di passaggio. Su questo asse si innesta la linea vocale di Greg Lake, deliberatamente filtrata attraverso un distorsore per ottenere una timbrica industriale e alienante. È tuttavia la sezione centrale, intitolata "Mirrors", a disintegrare la tradizionale forma-canzone: la metrica vira in un tempo composto (6/8) affrontato a velocità vertiginosa, caratterizzato da uno stringente andamento sincopato. Qui la chitarra di Fripp esegue fitte scale esatonali e cromatiche con una plettrata alternata chirurgica, mentre il sax contralto di Ian McDonald adotta il fraseggio spigoloso e l'overblowing tipici del free-jazz di matrice ornette-colemaniana. Alla base di questa architettura, la batteria di Michael Giles scompone il groove ricorrendo a un uso intensivo di ghost notes sul rullante e accenti dislocati sui piatti ride, anticipando con precisione millimetrica le complesse dinamiche poliritmiche della fusion e del math-rock a venire.
A fare da netto controcanto a questa ferocia meccanica interviene "I Talk to the Wind", dove il quintetto dimostra un controllo assoluto delle dinamiche e dello spazio acustico. Il brano, impostato su tonalità maggiori e passaggi armonici più aperti, è dominato dagli intrecci contrappuntistici dei flauti di McDonald e dalla chitarra arpeggiata in stile fingerpicking di Fripp. L'arrangiamento cameristico rivela un approccio alla melodia che guarda alla tradizione folk inglese, riletta però attraverso una griglia armonica di stampo squisitamente classico, dove la voce pulita di Lake lavora in sottrazione, priva di vibrati eccessivi.
Con "Epitaph" si assiste alla definitiva consacrazione del Mellotron (nello specifico il modello Mk II) non come mero riempitivo orchestrale aggiunto in post-produzione, ma come strumento armonico primario attorno al quale costruire l'intero spettro sonoro del brano. Sostenuta da un incedere in Mi minore, la composizione utilizza i nastri magnetici della sezione archi per generare un wall of sound denso e materico. La progressione armonica discendente del basso è enfatizzata dal lavoro percussivo di Giles, che abbandona completamente il classico backbeat in favore di rulli di timpani orchestrali, conferendo al pezzo una gravità drammatica dal peso specifico notevole. La linea vocale, dal timbro baritonale e dall'impostazione quasi operistica, si appoggia su questi tappeti armonici senza mai forzare i registri acuti, mantenendo un rigore quasi marziale.
La medesima tensione analitica pervade le due tracce conclusive. "Moonchild" si presenta inizialmente come una ballad strutturata su accordi sospesi, per poi dissolversi in "The Illusion", una lunga improvvisazione materica e atonale. In questa sezione, l'uso dei riverberi e la chirurgica spazializzazione stereo di vibrafono, percussioni sciolte e frammenti chitarristici testimoniano un lavoro in sede di missaggio di assoluta avanguardia per la fine degli anni Sessanta, avvicinandosi più alla musica acusmatica che al rock d'autore.
Infine, la title track "The Court of the Crimson King" chiude il disco riprendendo l'epica dei campionamenti analogici, questa volta sfruttando l'imponente registro dei fiati (Mellotron brass). L'arrangiamento si muove per blocchi sonori maestosi, alternando strofe dal volume contenuto, sorrette da chitarre acustiche, a incisi dove strati di cori sovraincisi dettano la progressione armonica. Il brano culmina in una coda strumentale ("The Dance of the Puppets") che gioca con l'illusione di un falso finale, introducendo scale cromatiche ascendenti eseguite all'unisono che chiudono, con geometrica ineluttabilità, il cerchio strutturale dell'album.
Privato degli eccessi retorici e delle derive barocche che spesso accompagneranno il filone progressivo nei decenni successivi, l'esordio dei King Crimson resta a tutti gli effetti un trattato di architettura sonora contemporanea, dove l'estemporaneità del jazz, la verticalità della musica colta e l'impatto timbrico del rock trovano per la prima volta una sintesi formale lucida e ineccepibile.
Alessio Miglietta
Commenti
Posta un commento