Glen Hansard e la fine dell'autenticità acustica
C'è una tragica, spietata e quasi poetica ironia nel fatto che sia stato proprio l'asfalto di Dublino a portarsi via Glen Hansard in quel maledetto luglio del 2026. La strada, quella stessa entità fisica, ruvida e ostile che lo aveva battezzato, nutrito e forgiato come artista fin dai tempi di Grafton Street, ha finito per reclamare il suo figlio più devoto a causa di un atroce incidente motociclistico. Con lo schianto fatale di quella notte, non scompare solo un cantautore immenso, leader dei The Frames e premio Oscar, ma se ne va definitivamente l'ultimo vero cantore della strada. Un randagio della melodia che aveva elevato il busking a una liturgia laica, fatta di sudore, saliva e verità bruciante. Hansard non era semplicemente un musicista prestato ai marciapiedi; era la via stessa che si faceva carne, legno e suono. La sua intera parabola artistica resterà per sempre la testimonianza di una connessione senza filtri tra asfalto e palcoscenico. Che si trovasse sotto la pioggia battente irlandese con la custodia della chitarra aperta per raccogliere qualche moneta, o sotto le luci accecanti del Kodak Theatre a ritirare una statuetta, la sua attitudine non mutava di una singola sillaba. Non c'erano barriere di produzione, non c'erano scudi estetici o autotune a diluire l'urgenza di quel folk operaio. Hansard suonava come se ogni accordo dovesse salvargli la vita, restituendo al pubblico un'autenticità viscerale in cui l'esibizione dal vivo diventava un patto di sangue, una questione di pura sopravvivenza emotiva. Chiunque abbia mai assistito a un suo rito dal vivo lo sa: il palco per lui non è mai stato un piedistallo, ma una trincea. Al centro di quella furia espressiva vi era una tecnica che solo un orecchio disattento poteva scambiare per semplice irruenza. La sua era una proiezione vocale sguaiata ma millimetrica: un raschio gutturale che partiva dallo stomaco, graffiava le corde vocali fino a farle quasi sanguinare, e si infrangeva sul pubblico con la potenza di un'onda d'urto. Eppure, quel lamento lacerante sapeva fermarsi sempre un istante esatto prima del caos sordo. Era un urlo accordato, un dolore incanalato con una maestria tecnica che gli permetteva di sussurrare un secondo prima e deflagrare l'attimo successivo, senza mai perdere l'anima della nota. Ad accompagnare questa estasi vocale c'era la sua inconfondibile ritmica percussiva. Hansard non accarezzava la sua chitarra acustica, la sfidava a duello. La sua iconica Takamine, celebre per l'enorme voragine consumata dalle plettrate sulla cassa armonica, non era un vezzo d'immagine da rockstar: era il referto medico di una dedizione assoluta. Pestava sulle corde con una foga tellurica, rendendo quello strumento un tamburo di legno e metallo. Una percussione primitiva, un metronomo impazzito ma inesorabile, capace di dettare i battiti cardiaci di intere platee. Oggi, in un panorama musicale sempre più asettico, chirurgicamente corretto dai software e plastificato dall'ossessione per il ritornello usa e getta da quindici secondi, la sua dipartita suona come il colpo di grazia a un intero modo di concepire la musica. L'assenza di Glen Hansard ci scaraventa addosso il vuoto incolmabile di un'eredità irriproducibile. Non ci saranno cloni o logaritmi capaci di replicare il calore di quel fiato spezzato, o le cicatrici sul legno di una chitarra percossa fino allo sfinimento. Ci restano i solchi dei dischi, certo, ma il silenzio che è calato su quella strada di Dublino sancisce la fine di un'epoca. È l'addio all'ultimo gigante capace di farci credere che un uomo, con nient'altro che una chitarra sfondata e un grido nel petto, potesse ancora squarciare il cielo. Addio, Glen. Che la terra ti sia lieve, molto più di quanto non lo sia stato l'asfalto che ti ha tradito.
Alessio Miglietta
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