IL "TALENTO" SECONDO IL TELEVOTO. E LA MUSICA DOV'È?
Le cantanti dei talent show. Quella roba che ti propinano come il futuro della musica, ma che è, in realtà, il presente della mediocrità. Non sono artiste, sono spot ambulanti, pacchetti preconfezionati pronti per essere venduti. Il talento? Ah, quello è opzionale. L'importante è avere una buona storia alle spalle o, in mancanza di quella, un paio di qualità che fanno parlare: la bellezza che sfida ogni legge della fisica o, all’opposto, il peso di un satellite. Due estremi che servono solo a distrarre dal vuoto cosmico che chiamano musica.
E poi arriva il momento clou: la lacrima. Ogni cantante di un talent ha una lacrima di default. È come l'autotune, non puoi farne a meno. "Ho sofferto tanto, ma ora sono qui." Certo, perché noi non abbiamo sofferto, no. Noi viviamo in un mondo perfetto. E tu, poverina, con la tua chitarra di plastica e il tuo sogno spezzato, ci stai raccontando una favola moderna. Lacrime che valgono più del talento. E funziona! Funziona perché il pubblico non vota per la voce, vota per la pena. Sei brava? Non importa. Sei sfigata? Vince.
E la musica? Parliamone. Testi che sembrano usciti da una chat di adolescenti depressi. "Sono io, sono fragile, ma forte. Tu non mi spezzerai." Che cazzo significa? Niente! È tutto un insieme di parole che suonano bene ma che non vogliono dire nulla. E la melodia? Sempre la stessa, una lagna monotona che ti entra in testa solo perché la ripetono fino alla nausea. E poi ti accorgi che non è musica, è rumore di fondo. Una roba che potrebbe benissimo essere usata per addormentare i neonati che avranno la maestra di sostegno.
E vogliamo parlare del pubblico? Gente che si commuove per ogni storia strappalacrime e che applaude a ogni singola banalità. Perché, diciamolo, il pubblico dei talent è un pubblico facile. Non vuole emozioni vere, non vuole essere sfidato. Vuole solo un ritornello orecchiabile e una faccia da copertina. E così si crea il circolo perfetto: cantanti mediocri per un pubblico mediocre. E intanto la musica vera muore.
E poi ci sono loro, le "vincitrici". Quelle che escono dal talent con la coppa in mano e una carriera già pronta. Ma carriera di cosa? Di due album fotocopia e poi il nulla. Perché il pubblico si stanca, e loro non hanno niente da offrire. Non scrivono, non creano, non evolvono. Sono solo marionette che ballano finché qualcuno tira i fili. E quando i fili si spezzano? Addio. Nessuno le ricorda. Nessuno le rimpiange.
E sapete qual è la cosa peggiore? Che tutto questo non è colpa loro. È colpa nostra. È colpa di un sistema che ha trasformato la musica in un business, che ha sostituito il talento con il marketing. È colpa di un pubblico che non chiede più niente, che si accontenta del minimo indispensabile. È colpa di un mondo che ha scambiato l’arte con l’intrattenimento usa e getta.
E allora eccole lì, le cantanti dei talent. Belle, tristi, dimenticabili. Non sono artiste, sono specchietti per allodole. E forse meritano di essere dimenticate. Perché, diciamocelo, se questa è la musica che scegliamo di applaudire, allora siamo noi i veri falliti.
Sotto a chi tocca. Mahmood. Questo nome che ormai ci viene propinato come sinonimo di profondità, innovazione, genio. Ma genio di cosa, esattamente? Del marketing? Della mediocrità confezionata con lustrini e due note malinconiche? Perché, diciamocelo chiaramente, Mahmood è l’equivalente musicale di un profumo troppo caro che, una volta spruzzato, sa di detersivo. E il peggio è che ci credono tutti. Ci credono davvero.
Prendiamo i suoi testi, no? Sono un manuale su come fare sembrare qualcosa di profondo senza dire assolutamente niente. Tipo: "Soldi, soldi, soldi. Zitto, se parli non ho tempo, dimmi cosa vuoi da me, dimmi cosa vuoi da te." Cioè, veramente? Questo sarebbe il capolavoro? È un elenco di frasi che suonano bene ma che, se le metti insieme, non dicono niente. Niente! È la versione musicale dei biscotti della fortuna: suona carino, ma alla fine te lo dimentichi appena esci dal ristorante.
E non parliamo della voce. Mahmood non canta, sussurra. E non è neanche un sussurro vero, è un sussurro costruito, quello che senti quando qualcuno cerca disperatamente di sembrare interessante. E l’autotune? Sempre lì, onnipresente, come se stesse cercando di coprire il fatto che, senza, non sarebbe neanche in grado di intonare Tanti Auguri a Te. E questo sarebbe innovativo? No, è pigro. È come dipingere un quadro con i numeri, e poi vantarsi di essere un artista.
Ma il problema non è solo lui. È chi lo osanna. È chi sente una frase come "mi manca l’aria, ma sono vivo, che senso ha?" e pensa: Wow, che profondità! Profondità? È la banalità che si traveste da poesia, una roba da baci Perugina con il filtro vintage di Instagram. E il pubblico lo beve, perché ormai non sa più distinguere tra emozione vera e melodramma artificiale. Mahmood non parla a un pubblico, lo manipola. Ti fa credere che stia dicendo qualcosa di importante, ma è tutto fumo. È una lunga sequenza di suoni e parole che non si fissano da nessuna parte. È una lacrima che non cade mai davvero.
E poi vogliamo parlare dell’immagine? Mahmood non è un artista, è un prodotto da scaffale, studiato a tavolino per piacere a tutti: abbastanza esotico da sembrare internazionale, ma abbastanza domestico da non spaventare. È il classico pacchetto che compri per fare il figo, ma che non apri mai davvero. Ti piace l’idea di Mahmood, non Mahmood stesso. Perché non c’è un sé. È un mosaico di tendenze, una collezione di pezzi di altri artisti messi insieme per creare qualcosa che sembri originale ma che, sotto sotto, non lo è per niente.
E la cosa peggiore è che funziona. Perché siamo arrivati a un punto in cui basta avere un ritornello che si incolla al cervello, un look studiato, e due metafore facili facili per essere definiti un genio musicale. Ma genio di cosa? Di giocare sul sicuro? Di fare canzoni che non disturbano nessuno, che non provocano, che non rischiano? Mahmood è il re della comfort zone musicale, un cantautore per chi non vuole essere sfidato, per chi cerca solo una colonna sonora per fare storie su Instagram.
E allora, qual è il suo lascito? Qual è la sua grande eredità? Una serie di canzoni che sembrano tutte uguali, una carriera costruita su un’immagine perfetta e un pubblico che ha smesso di chiedere di più. Mahmood è il sintomo di una generazione che si accontenta del minimo indispensabile, che chiama arte quello che è solo marketing ben fatto.
Tra dieci anni, quando le sue canzoni saranno finite nei discount musicali del passato, forse ci renderemo conto di quanto poco ci abbiano dato. E lui? Lui sarà lì, con i suoi premi e i suoi numeri, ma senza un’anima. Perché l’arte vera non è nei numeri, nei like, nei premi. L’arte vera lascia qualcosa dentro. E Mahmood, diciamocelo, non lascia niente. Solo un vuoto travestito da profondità.
Abbiamo poi Il re del Truman Show 2.0: Fedez. Il nome che ormai suona come un marchio di fabbrica. Non una persona, non un artista, non un pensiero originale, ma un'azienda ambulante. Uno spot pubblicitario col wifi. È riuscito a trasformare tutto in business: la musica, le polemiche, i drammi personali e, ciliegina sulla torta, i suoi figli. Perché sì, diciamocelo, i figli di Fedez sono i veri protagonisti del Truman Show dei giorni nostri. Non hanno chiesto di esserci, non hanno firmato alcun contratto, ma eccoli lì, catapultati sotto i riflettori da papà che conta i like e gli incassi.
Lo vedi Fedez con quella faccia da bravo ragazzo, tatuaggi ben studiati per sembrare ribelle ma non troppo, che fa finta di essere uno di noi mentre si riprende nel suo attico di Milano. Ma ribelle di cosa? Ribelle al buonsenso, forse. Perché uno che decide di trasformare la vita dei propri figli in una serie Netflix non è altro che un manager del nulla. Ogni momento immortalato, ogni lacrima, ogni risata, ogni biberon diventa contenuto. Ogni gesto naturale, un’opportunità di monetizzare. E lui ti guarda dallo schermo come se stesse facendo qualcosa di straordinario. Ma straordinario per chi? Per i suoi conti in banca, forse.
E la gente lo segue. E qui arriviamo alla parte peggiore: chi lo ascolta. Perché, parliamoci chiaro, Fedez non è il problema più grande. Il problema è la mandria. La massa di persone che si beve tutto, che clicca, che commenta, che applaude. Perché Fedez senza pubblico sarebbe solo un tizio tatuato con un ego fuori controllo. Ma no, c’è chi lo idolatra. Chi si commuove quando pubblica un video strappalacrime, chi si sente ispirato dai suoi discorsi preconfezionati. Perché, in fondo, l'italiano medio non vuole pensare. Vuole qualcuno che gli racconti una storia semplice, con un eroe, una famiglia perfetta e un bel lieto fine sponsorizzato.
E poi c’è la genialità di trasformare ogni polemica in marketing. Ogni critica diventa benzina per alimentare la macchina. Ti sta antipatico? Parli di lui. Lo adori? Parli di lui. Non te ne frega niente? Alla fine, parli di lui. È questo il vero talento di Fedez: non la musica, non le idee, ma la capacità di essere ovunque, comunque, sempre.
Ma vogliamo davvero parlare dei figli? Cresceranno in un mondo dove ogni momento della loro infanzia è già stato archiviato, condiviso, analizzato. Dove non avranno mai avuto il diritto di essere anonimi, di sbagliare senza essere giudicati da milioni di sconosciuti. Perché papà ha deciso che la loro vita vale più visualizzazioni della loro privacy. E tutto questo con la scusa del “far vedere la realtà”. Ma quale realtà? La realtà filtrata, illuminata perfettamente, montata ad arte per sembrare perfetta. È una favola tossica, raccontata per un pubblico di persone che ormai non sa più distinguere la verità dalla messinscena.
E allora, la domanda è: chi è più coglione? Fedez, che sfrutta tutto e tutti, o noi che continuiamo a guardarlo? Perché, alla fine, lui è solo il prodotto di quello che siamo diventati. Un riflesso di una società che ha scambiato la sostanza con i like, la profondità con i filtri di Instagram, la vita reale con uno show. Lui ci guadagna, certo, ma il vero spettacolo è guardare noi mentre applaudiamo.
Alessio Miglietta
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