LA COPIA NON FA L'ARTISTA: L'ILLUSIONE DI "COMUNI IMMORTALI" E L'OMBRA LUNGA DEI GREEN DAY CON "GOOD RIDDANCE"


La questione del brano Comuni Immortali di Achille Lauro rappresenta un caso emblematico e affascinante di come, nel panorama della musica pop contemporanea, il confine sottile e spesso sfumato tra la citazione consapevole e la derivazione sospetta finisca inevitabilmente per diventare il terreno di scontro preferito tra il pubblico più attento e la critica musicale, aprendo a riflessioni profonde sui meccanismi di costruzione del consenso e dell'identità artistica. Entrando nel dettaglio di questa dinamica complessa, la critica più frequente, documentata e discussa che è stata mossa nei confronti del brano riguarda il suo impianto armonico fondamentale e, nello specifico, quel giro di chitarra acustica che sostiene e guida l'intera ossatura strutturale del pezzo, spingendo moltissimi ascoltatori e addetti ai lavori a evidenziare una somiglianza a dir poco sospetta, se non addirittura palese, con l'iconica e popolarissima Good Riddance (Time of Your Life) dei Green Day. Più che nella melodia vocale pura – che Lauro tenta comunque di plasmare e personalizzare attraverso il suo timbro vocale "graffiante e inconfondibile" –, il vero nodo cruciale risiede in quel fingerpicking iniziale e ricorrente che evoca immediatamente la celebre hit punk-rock californiana, portando i detrattori a sostenere con forza che non ci troviamo di fronte a una semplice e nobile influenza stilistica, bensì a un calco quasi millimetrico studiato appositamente per sfruttare l'enorme carico emotivo e nostalgico già associato a quel sound immortale, garantendosi così un aggancio immediato con la sensibilità del grande pubblico radiofonico. A questa pesante ipoteca si aggiunge un'altra accusa ricorrente che colpisce la poetica complessiva dell'artista romano, spesso descritta dai critici più severi come un vero e proprio stile collage, un assemblaggio di elementi eterogenei dove Achille Lauro, pur avendo abituato il suo pubblico a un trasformismo radicale che spazia dai look stravaganti alle metamorfosi sonore, sembra in questo caso superare la soglia dell'originalità per rifugiarsi in un repertorio di stilemi già ampiamente digeriti dal mercato. Questo particolare modo di procedere si traduce in una sovrapposizione di generi che tenta disperatamente di fondere il cantautorato introspettivo, intriso di umori tipicamente romani, con un'estetica alternative e pop-punk di stampo chiaramente novantesco, un mix ambizioso che tuttavia, se non governato da una fortissima spinta creativa e autoriale, rischia pericolosamente di scivolare nel già sentito, trasformando l'opera in un mosaico di citazioni assemblate senza la necessaria alchimia innovativa. L'intera estetica del brano finisce così per ruotare attorno all'archetipo del déjà-vu, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo ormai stra-abusato che spazia dall'amore tossico e autodistruttivo alle atmosfere notturne della capitale, fino ai simboli cosmici di una giovinezza vissuta al limite, elementi che, quando vengono accompagnati da una veste musicale priva di reali sussulti di novità, restituiscono l'amara sensazione di un prodotto calcolato a tavolino per massimizzare la resa emotiva sfruttando sentieri già battuti. Ovviamente, sul piano strettamente giuridico e formale, è doveroso tracciare una linea di demarcazione netta tra il giudizio della critica e un'accusa formale di plagio, poiché nel mercato discografico pop le progressioni armoniche di base sono inevitabilmente soggette a un numero matematicamente limitato di variazioni, e molti autori finiscono per utilizzare strutture simili in modo del tutto inconsapevole o considerandole dei veri e propri luoghi comuni del linguaggio musicale universale; tuttavia, il vero malcontento e la delusione manifestata da chi ascolta nascono fondamentalmente da una questione di coerenza comunicativa, in quanto un "artista" che ha costruito interamente la propria fortuna mediatica e la propria credibilità sul dogma della provocazione, della rottura degli schemi e della continua avanguardia estetica, finisce inevitabilmente per deludere le aspettative quando realizza un brano che, a dispetto del suo titolo paradossale, risulta fin troppo comune e allineato (come di consueto) agli standard commerciali. Questa mancanza di rischio creativo si evidenzia chiaramente analizzando l'esecuzione dell'arpeggio acustico, che richiama in modo sfacciato lo standard di Billie Joe Armstrong, la struttura complessiva del pezzo, che si adagia pigramente sui canoni più prevedibili della forma-canzone pop-rock senza concedersi alcuna deviazione spiazzante, e l'impatto generale dell'ascolto, che dimostra come Lauro abbia scelto di abitare comodamente una zona di comfort stilistica piuttosto che decostruirla e reinventarla radicalmente come fatto in passato. Comuni Immortali rimane un'opera mediocre, seppur profondamente divisiva, che continua a polarizzare le opinioni: da un lato i sostenitori più fedeli vedono nel pezzo un tributo affettuoso e riuscito alla grande tradizione del rock melodico d'oltreoceano o addirittura lo smentiscono categoricamente, mentre dall'altro i critici e gli osservatori più scettici vi leggono la plastica dimostrazione di una vena artistica che, invece di tentare di esplorare territori inesplorati, ha preferito adagiarsi su un mix selvaggio, sicuro e rassicurante di riferimenti altrui per catturare consensi facili, confermando come la presunta somiglianza con i Green Day, rappresenti comunque una ferita simbolica per chi pretendeva da un "innovatore della sua portata" un coraggio ben diverso, ricordandoci quanto sia difficile, nel music business odierno, mantenere intatta la propria unicità quando la tentazione di attingere al passato altrui diventa la scorciatoia più semplice per arrivare al cuore (e alle orecchie) degli ascoltatori.

Alessio Miglietta 

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