La Tempesta Arriva su Seattle: L'esordio dei NIRVANA con BLEACH
Nel 1989, il panorama musicale underground del Pacific Northwest era una confluenza di distorsioni sature e nichilismo estetico, un contesto che i Nirvana incapsularono con clinica brutalità nel loro album di debutto, "Bleach" (Sub Pop Records), registrato presso i Reciprocal Recording Studios sotto la guida pragmatica di Jack Endino per soli 606 dollari e 17 centesimi; l'opera si presenta immediatamente non come un manifesto generazionale dai toni epici, bensì come un referto medico di alienazione suburbana tradotto in frequenze basse e fuzz zanzarosi, un ibrido sonoro che deve tanto ai Black Sabbath quanto all'hardcore punk dei Black Flag, senza tuttavia rinunciare a un'insospettabile geometria compositiva. L'apertura del disco è affidata a "Blew", un brano il cui peso specifico è dettato da un errore tecnico clamoroso ma provvidenziale: Kurt Cobain e Krist Novoselic, convinti di aver allentato le corde verso il baratro per ottenere maggiore gravità (il cosiddetto Drop D, letteralmente la "caduta in Re"), si ritrovarono in realtà a sprofondare in un abisso sonoro ancora più cupo, un Do tombale (il Drop C, la "caduta in Do"), generando un muro acustico in cui il basso, sporco e primordiale, si fonde con la chitarra in uno sprofondo tonale denso e opprimente, sorretto da un pattern di batteria di Chad Channing che gioca abilmente sui controtempi per non farsi fagocitare dal caos. Questa pesantezza fangosa viene ripresa nella claustrofobica "Floyd the Barber", un pezzo costruito su una cupa e strisciante discesa di note e sull'impiego del tritono, l'intervallo dissonante per eccellenza, che conferisce all'impianto musicale un senso di imminente minaccia psicologica perfettamente speculare al cantato gutturale e costretto di Cobain, il quale sembra lottare fisicamente contro l'arrangiamento. Tuttavia, la vera anomalia strutturale del disco emerge in "About a Girl", capolavoro d'illuminazione pop di chiara derivazione beatlesiana mascherata sotto pesanti strati di distorsione imperfetta; in questo frangente, l'analisi rivela un autore già assoluto padrone delle dinamiche d'ascolto, che costruisce la strofa su un pendolare e tintinnante scambio tra i limpidi accordi di Mi minore e Sol maggiore, per poi esplodere in un ritornello modulato su blocchi sonori granitici e compatti di power chords, che spezza la tensione con una risoluzione melodica cristallina, dimostrando inoppugnabilmente che, dietro l'aggressività di facciata, si celava un artista di una brillantezza e genialità di prim'ordine. La dicotomia tra rumore bianco e struttura torna a farsi prepotente in "School", dove un giro minimale composto da sole due note stirate verso il basso come un lamento si intreccia chirurgicamente con i colpi sincopati della cassa della batteria, creando un vuoto pneumatico prima dell'esplosione di un inciso liricamente ridotto all'osso ma ritmicamente devastante. E se "Negative Creep" spinge l'acceleratore sull'hardcore puro, sfruttando di nuovo quella fangosa caduta dell'accordatura per martellare progressioni brutali con un movimento meccanico e ossessivo del polso dall'alto verso il basso (il downpicking, la "pennata all'ingiù"), è la tecnica vocale a rubare definitivamente la scena: Cobain porta le sue corde vocali ben oltre la soglia del punto di rottura, utilizzando un urlo straziato e raschiante (il fry screaming, o graffiato) che lacera il tessuto connettivo del brano senza mai perdere, sorprendentemente, l'intonazione di base. "Bleach" (in seguito ripubblicato dalla Geffen Records nel 1992, dopo il successo internazionale di Nevermind), è un disco profondamente fisico e ostile, volutamente privo dei riverberi lussuosi, della compressione patinata e delle stratificate sovraincisioni che caratterizzeranno la successiva ed esplosiva produzione della band; è un lavoro asciutto e quasi asfittico, registrato su un limitato banco a otto piste che costringe gli strumenti a combattere per lo spazio vitale nello spettro del suono, risultando cupo, visceralmente grezzo, eppure dotato di una coerenza interna e di una potenza espressiva che lo rendono, a distanza di decenni, un reperto giornalistico e musicale fondamentale per comprendere come il punk potesse essere destrutturato, appesantito e infine piegato, quasi contro la sua stessa volontà, alle regole di una nuova e disperata melodia, in quello che poi si rivelerà, oltre a un'opera seminale del grunge, l'album della Sub Pop Records più venduto di tutti i tempi.
La tracklist originale di Bleach:
1. Blew
2. Floyd the Barber
3. About a Girl
4. School
5. Love Buzz
6. Paper Cuts
7. Negative Creep
8. Scoff
9. Swap Meet
10. Mr. Moustache
11. Sifting
Alessio Miglietta
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