Laringe in fiamme e stadi pieni: la spietata verità sull'anti-cantante Ultimo


Non occorre un orecchio assoluto per accorgersene, basta un orecchio qualsiasi purché funzionante: Ultimo ha trasformato il più grande limite della musica pop italiana contemporanea — la totale assenza di tecnica vocale — nella sua principale cifra stilistica. Spezziamo pure una lancia a suo favore per onestà intellettuale: come autore di ballate pop melodrammatiche ha indubbiamente un fiuto commerciale notevole, sa costruire ganci melodici semplici, immediati, perfetti per essere cantati a squarciagola sotto la doccia o in auto. Ma la scrittura è un conto, l'interpretazione vocale è un altro, e quando Niccolò Moriconi abbandona la protezione della produzione in studio e prova a fare il cantante, la realtà dei fatti emerge in tutta la sua spietata chiarezza, ponendoci di fronte a un esecutore privo di voce, di estensione e di qualsiasi nozione fondamentale di canto. Il successo di Ultimo si fonda infatti su un grande equivoco acustico e psicologico che fa presa su un pubblico abituato al karaoke da stadio, ovvero la sovrapposizione tra la sofferenza emotiva e la sofferenza fisiologica delle corde vocali. Nel canto moderno trasmettere pathos non significa distruggersi la gola; i grandi interpreti usano la dinamica, il colore del timbro, la gestione dei volumi e i passaggi di registro, mentre Ultimo conosce una sola strategia per comunicare l'intensità: l'urlo sguaiato di petto. Quando il brano richiede un crescendo emotivo, lui non spinge il suono con il diaframma, semplicemente strizza la laringe e grida, portando il pubblico a scambiare quel collo gonfio, quel viso rosso e quel suono raschiato per anima e visceralità, quando in realtà si tratta soltanto di un cantante che sta lottando contro i propri limiti anatomici per raggiungere note che semplicemente non ha in canna. Per capire quanto la sua resa vocale sia oggettivamente deficitaria basta analizzare la struttura delle sue canzoni più famose e le relative esecuzioni dal vivo. In "I tuoi particolari", il ritornello è un trattato su come non affrontare le note acute: l'estensione di Ultimo si sviluppa in una forbice ridottissima, concentrata prevalentemente nei toni medi e parlati, e appena la melodia sale verso l'ottava superiore Moriconi non possiede il "misto" e rifiuta categoricamente il falsetto controllato, finendo per tirare la voce di petto fino allo sfinimento con un suono schiacciato, compresso, privo di armoniose frequenze alte che si chiude in una gola serrata dove non sta cantando una nota pulita ma lanciando una chiamata di soccorso vocale. Allo stesso modo, a Sanremo 2023 "Alba" ha messo a nudo ogni singolo difetto di impostazione di un brano che vorrebbe essere un'apertura orchestrale ed epica bisognosa di un controllo del fiato infallibile e di un'intonazione impeccabile sui pianissimo, dove invece nelle strofe iniziali l'intonazione traballa vistosamente, la mancanza di appoggio addominale rende il suono tremolante e privo di corpo e la gestione della respirazione affiora drammaticamente con l'artista costretto a strappare l'ultima parola del verso per mancanza di aria. Del resto, ascoltando la sequenza dei suoi brani celebri come "Pianeti" e "Piccola stella", ci si rende conto che la struttura vocale è ricorsiva e monotona, dividendosi tra una strofa in un quasi-parlato monotono su tre o quattro note al massimo biascicato con timbro opaco e dizione impastata dove la voce si appoggia pigramente sul pianoforte, e un ritornello con un salto d'ottava improvviso risolto non con la tecnica ma con l'aumento indiscriminato del volume e della pressione d'aria sulla gola. Se si prende un qualsiasi cantante pop professionista si nota la capacità di sfumare tra piano, forte, falsetto, graffiato di testa e timbro soffiato, mentre Ultimo non possiede sfumature e spazia soltanto tra la modalità "sottovoce sgonfio", dove manca la proiezione del suono e la voce resta bloccata nella bocca, e la modalità "sirena da cantiere", un ritornello urlato di gola dove la laringe sale alle stelle bloccando la cassa di risonanza naturale del corpo. L'uso del falsetto in Ultimo è praticamente inesistente perché il passaggio da voce di petto a voce di testa richiede studio, elasticità delle corde e controllo dei muscoli intrinseci della laringe, e senza questo bagaglio ogni tentativo di fare una nota alta morbida si trasformerebbe in un fischio svuotato o in una stecca clamorosa, da cui la scelta scaltra ma artisticamente limitante di urlare sempre e comunque. Ci si trova così di fronte al paradosso per cui Ultimo riempie gli stadi perché intercetta un bisogno di immedesimazione catartica in un pubblico che non cerca un'esecuzione vocale memorabile ma uno sfogo per il quale l'assenza di tecnica è persino un vantaggio, azzerando le barriere se l'idolo canta come te sotto la doccia dopo una giornata no. Tuttavia, chiamare cantante chi non sa gestire il fiato, non possiede estensione, non sa usare la voce di testa e basa l'intera performance sull'urlo di gola è un insulto alla musica e a chi la voce l'ha studiata per anni: come songwriter pop sa fare il suo, ma come vocalist, tolti i plugin di correzione in studio e l'arrangiamento dei dischi, resta soltanto un ragazzo al pianoforte che strepita per coprire i propri limiti.

Alessio Miglietta 

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