[MONOGRAFIA] The Soundtrack Of Our Lives: Il Viaggio Lisergico al Centro dell'Universo

C’è stato un momento, a cavallo tra il crepuscolo dei Novanta e l’alba incerta del nuovo millennio, in cui il baricentro del rock and roll sembrava essersi spostato dalle metropoli anglosassoni verso latitudini più algide e insospettabili. La Svezia, da sempre terra di perfette simmetrie pop, covava nel suo ventre un vulcano di fuzz, delay, visioni cosmiche e sciamanesimo garage. Al centro di questo cratere sedeva, a gambe incrociate e avvolto in un caftano, Ebbot Lundberg. I The Soundtrack of Our Lives (da qui in poi T.S.O.O.L.) sono stati il segreto meglio custodito e, al contempo, l'esplosione più deflagrante del rock nordeuropeo. Spesso – e colpevolmente – derubricati da una critica frettolosa a meri "revivalisti" del garage anni Sessanta, epigoni fuori tempo massimo dei Nuggets, la band di Göteborg è stata in realtà un demiurgo capace di plasmare un'epopea mistica ed elettrica. I T.S.O.O.L. non copiavano il passato: lo fagocitavano per sputarlo nel presente, costruendo un ponte perfetto, monumentale e vertiginoso tra le architetture barocche dei Love, la foga muscolare degli Who, il nichilismo primordiale dei Sonics e l'alternative rock moderno. Questa è la storia di come una tribù di vichinghi lisergici ha cercato di scrivere, letteralmente, la colonna sonora delle nostre vite. E di come, per almeno un decennio, ci sia riuscita. Per comprendere la cosmogonia dei T.S.O.O.L., bisogna fare un passo indietro nel fango di Göteborg. Alla fine degli anni Ottanta, Ebbot Lundberg e il chitarrista Ian Person militavano negli Union Carbide Productions, una bestia feroce che mescolava la psicopatia di Iggy Pop con il proto-punk di strada. Quando l'esperienza implose nei primi anni Novanta, lasciò dietro di sé una scia di eccessi e un culto sotterraneo. Ma Ebbot non era fatto per il nichilismo fine a sé stesso. Aveva l'aura, la stazza e il magnetismo del guru. Nel 1995, raduna attorno a sé una confraternita di musicisti straordinari: oltre al fido Person, arrivano il funambolico chitarrista Björn Olsson (poi sostituito dal fenomenale Mattias Bärjed), il tastierista Martin Hederos, il bassista Kalle Gustafsson Jerneholm e il batterista Fredrik Sandsten. Il debutto, "Welcome to the Infant Freebase" (1996), è un monolite. Un doppio album pantagruelico che dichiara immediatamente gli intenti della band: non ci sono compromessi, c'è solo un'urgenza febbrile di espandere la coscienza attraverso i Marshall spinti a undici. Brani come "Mantra Slider" e "Firmament Vacation" sono cavalcate psych-rock che dilatano il tempo, mentre lo spirito di Syd Barrett sembra aleggiare tra i feedback. La Svezia, improvvisamente, si risveglia lisergica. Se il debutto era un magma informe e ribollente, il secondo capitolo, dal titolo programmatico "Extended Revelation for the Psychic Weaklings of Western Civilization" (1998), è il momento in cui la forma si affina senza perdere la propria natura selvaggia. Le tastiere di Hederos iniziano a tessere trame alla Ray Manzarek, mentre le chitarre di Person e del nuovo arrivato Bärjed creano un muro del suono che omaggia apertamente il Pete Townshend più epico. Ma è dal vivo che i T.S.O.O.L. diventano leggenda. Lundberg non è un semplice frontman; è un vero e proprio "celebrante" che domina il palco, si lancia sulla folla, canta con una voce che scartavetra l'anima e accarezza il cosmo. Diventano il terrore di ogni headliner, perché chiunque suoni dopo di loro sembra inevitabilmente minuscolo, scarico, borghese. E se ne accorge un fan d'eccezione: Noel Gallagher. Nel momento in cui il Britpop sta collassando su sé stesso tra cocaina e parodie, il leader degli Oasis vede nei T.S.O.O.L. la fiamma primigenia del rock. Se li porta in tour in tutto il mondo, li elegge a propria band preferita, li impone alle folle degli stadi. E non a torto: i T.S.O.O.L. avevano esattamente ciò che agli Oasis degli anni Duemila iniziava a mancare: la trascendenza. Ogni grande band, se gli dèi del rock sono benevoli, ha il suo capolavoro, il suo disco perfetto dove l'ambizione pareggia il risultato. Per i T.S.O.O.L., quel disco è "Behind the Music" (2001). Nominato ai Grammy (quelli veri, in America) come miglior album di musica alternativa, "Behind the Music" è un'opera stordente, un compendio enciclopedico di tutto ciò che il rock ha di grande da offrire, impacchettato con una sensibilità melodica squisitamente scandinava. Se si potesse distillare l'energia cinetica degli anni Sessanta e spararla nel cuore del XXI secolo, suonerebbe come la sequenza d'apertura di questo disco, dove "Infra Riot" è l'inno definitivo, un incedere minaccioso e irresistibile che mescola battiti tribali e chitarre taglienti come rasoi, e "Sister Surround" è il pezzo che i Rolling Stones avrebbero voluto (e dovuto) scrivere dopo Exile on Main St., un riff micidiale che si stampa nel cervello e non ne esce più. In brani come "Nevermore" e "Mind the Gap", emerge invece la lezione di Arthur Lee e dei Love: orchestrazioni eleganti, un senso di malinconia grandiosa, un pop barocco e decadente che Ebbot interpreta con una delicatezza sorprendente. "Behind the Music" non è un disco revival, ma atemporale. È la dimostrazione palese che i T.S.O.O.L. sono musicisti di caratura superiore, capaci di arrangiamenti stratificati, di armonie vocali celestiali (l'ombra di Crosby, Stills & Nash si allunga sui momenti acustici) e di una potenza di fuoco devastante. Raggiunto l'apice, la band non si ritrae. "Origin Vol. 1" (2004) vira verso un suono più 70s, quasi sfiorando derive prog, spinto dal singolo "Bigtime". Ebbot indossa la tunica da stregone galattico, e la band esplora arrangiamenti sempre più complessi. Tuttavia, l'eccesso è dietro l'angolo. "Communion" (2008) è un doppio album di ben 24 tracce, un'opera mostruosa e tentacolare in cui la band cerca di incapsulare ogni possibile sfaccettatura del proprio cosmo musicale. Ci sono gemme purissime, ballate strappalacrime e sfuriate garage, ma il peso dell'opera ne compromette in parte la coesione. Eppure, anche nel loro abbandono di bulimia creativa, i T.S.O.O.L. si dimostrano infinitamente superiori alle decine di band indie che stavano asetticamente clonando i Joy Division. Come tutte le vere esperienze sciamaniche, anche quella dei T.S.O.O.L. aveva bisogno di una chiusura circolare. Nel 2012, annunciano che "Throw It to the Universe" sarà il loro ultimo album. Non c'è acredine, non ci sono risse clamorose. Semplicemente, l'incantesimo ha compiuto il suo ciclo. L'album è un commiato nobile e dignitoso, intriso di una malinconia autunnale ("Where's the Rock?" è una domanda che suona come un testamento), in cui la band restituisce le chiavi dell'astronave al cosmo da cui le aveva prese. Oggi, a oltre un decennio dal loro scioglimento, i The Soundtrack of Our Lives rischiano ingiustamente di scivolare nelle pieghe della storia, schiacciati dalla narrativa imperante che vede in quegli anni solo l'ascesa degli Strokes o dei White Stripes. Eppure, l'impatto di Ebbot Lundberg e soci è stato tellurico. Hanno sdoganato e influenzato mezza scena scandinava (dagli Hives pre-mainstream, fino ai Graveyard e ai Motorpsycho delle derive più beat), ricordando all'Europa intera che il rock non è solo estetica o attitudine, ma è – prima di ogni altra cosa – rito. I T.S.O.O.L. sono stati l'ultima grande band capace di farti credere, anche solo per l'ora scarsa di un loro disco o il sudore di un loro concerto, che la musica potesse ancora salvare l'anima, piegare il tempo e mettere in comunicazione i Sonics con le sfere celesti. E in un'epoca di algoritmi e playlist, il calore sprigionato da quel falò acceso nella fredda Svezia continua a sembrarci, oggi più che mai, un piccolo miracolo.

Discografia in studio:

▪︎ Welcome to the Infant Freebase (1996)
▪︎ Extended Revelation for the Psychic Weaklings of Western Civilization (1998)
▪︎ Behind the Music (2001)
▪︎ Origin Vol. 1 (2004)
▪︎ Communion (2008)
▪︎ Throw It To the Universe (2012)

Alessio Miglietta 

Commenti

Post popolari in questo blog

La Descrizione di uno Stile Nuovo: Alessio Miglietta

L'ULTIMA LIBERTÀ, di Alessio Miglietta [monologo]

Achille Lauro e Damiano David: pupazzi a confronto