QUANTO SEI STONATO...DOV'È IL TALENTO DI ACHILLE LAURO?
Il fenomeno Achille Lauro è forse uno dei casi di studio più interessanti della discografia italiana recente: il perfetto trionfo dell'involucro sul contenuto, dove la regia d'immagine, il costumismo e il marketing della provocazione vengono usati per mascherare una spaventosa povertà vocale e musicale. Se si spoglia la sua produzione dal contorno di riflettori, abiti di alta moda, quadri allegorici e citazioni d'arte mandate a memoria, quello che resta sul nastro è il nulla cosmico: un performer privo dell'elemento fondamentale che dovrebbe definire un cantante, ovvero la voce. Dal punto di vista puramente tecnico ed anatomico, parlare di "estensione vocale" per Achille Lauro è quasi un azzardo terminologico. Un cantante professionista — anche nel pop o nel rock — gestisce estensioni di almeno due ottave, controlla l'appoggio diaframmatico, gestisce le dinamiche tra piano e forte e possiede un'intonazione stabile. Lauro non fa nulla di tutto ciò. La sua tecnica si riduce a due soli registri esecutivi: da un lato il cantilenato parlato, una recitazione nel registro medio-basso, priva di sostenuto, dove le frasi vengono trascinate con un timbro nasale e soffiato per evitare di dover prendere e mantenere una nota reale; dall'altro l'urlo sguaiato, perché quando il pezzo richiede un picco emotivo o un ritornello energico, la soluzione non è salire di tono con la voce di petto o di testa, ma strillare a gola spiegata, spingendo sul graffiato per simulare una grinta rock che non è altro che saturazione delle corde vocali. Dal vivo — e il palco del Festival di Sanremo con l'orchestra ne è stato il banco di prova impietoso — l'assenza del pitch correction in tempo reale, o il suo uso non invasivo, mette a nudo una spaventosa instabilità d'intonazione: le note lunghe calano sistematicamente, i passaggi di registro non esistono, sostituiti da bruschi cambi di tono parlato, e il controllo del fiato è talmente precario che le ultime parole di ogni verso arrivano regolarmente esaurite. Per capire quanto la costruzione musicale sia un castello di carte, basta analizzare la struttura e l'esecuzione dei suoi brani più noti. In "Rolls Royce", il brano che l'ha lanciato al grande pubblico strutturato su un riff di tre accordi basilari di derivazione punk-rock, Lauro non esegue una linea melodica, ma declama a ritmo costante una lista della spesa di icone pop e marchi di lusso; isolando la traccia vocale, ci si rende conto che non c'è una sola variazione melodica nel verso, trattandosi di un monologo ritmico in cui il ritmo salva l'intonazione solo perché non ci sono note da sostenere. Nel ritornello di "Me ne frego", la voce di Lauro viene letteralmente annegata nel mixaggio audio, coperta da un arrangiamento synth-pop volutamente saturo e da cori di supporto, usando il classico trucco da studio dove, quando il cantante non ha la gittata vocale per bucare il mix, si alzano i cori e la base, tanto che nelle esecuzioni live senza base registrata sotto il ritornello si trasforma in un affanno costante. In "16 Marzo", dove l'intento era scrivere la classica ballad intimista e sofferta, i nodi vengono al pettine quando la melodia richiede di sostenere note pulite e spingere sull'espressività: nelle strofe il timbro è inconsistente e quando arriva l'inciso la voce si piega sotto lo sforzo, mancando completamente la centratura della nota e rifugiandosi in un vibrato stretto e incontrollato che tradisce l'assenza di appoggio diaframmatico. In "Domenica", poi, replica sbiadita della formula di Rolls Royce, la totale incapacità di creare una linea melodica interessante viene compensata dall'inserimento di un coro gospel alle spalle che fa tutto il lavoro di intonazione e armonizzazione, mentre Lauro si limita a ripetere il titolo a mo' di slogan. La storia della musica è piena di performer visivi, da David Bowie a Renato Zero, dai KISS a Marilyn Manson, ma c'è una differenza abissale che distingue il grande artista dall'impostore mediatico: la sostanza. David Bowie era un camaleonte estetico, ma possedeva un'estensione vocale di quasi quattro ottave e un controllo stilistico mostruoso; Renato Zero costruiva show pirotecnici e provocatori, ma stendeva il pubblico con una voce tonante, un'intonazione impeccabile e un'interpretazione drammatica di primissimo ordine. Nel caso di Achille Lauro, il travestimento non serve ad arricchire la musica, ma a sostituirla: se ti presenti sul palco svestendoti come San Francesco nell'affresco di Giotto, o indossando i panni della Marchesa Casati o di Ziggy Stardust, l'attenzione della critica e del pubblico si sposta istantaneamente sull'abito firmato Gucci e sul messaggio concettuale, cosicché nessuno parli più di come sia stato cantato il pezzo, diventato un mero sottofondo per la sfilata. Spogliati della scenografia, della tutina trasparente e del corpo di ballo, i suoi brani suonati con una chitarra acustica attorno a un fuoco rivelerebbero la loro reale natura di composizioni di due minuti e mezzo, prive di ponti armonici complessi e sorrette da testi infarciti di cliché da ribellione patinata per adolescenti. Erigere ad idolo musicale chi produce musica attraverso la totale rinuncia alla tecnica vocale e alla scrittura d'autore è il sintomo di un'epoca in cui l'immagine ha divorato completamente l'ascolto. Achille Lauro è un ottimo direttore creativo di se stesso, uno stilista mancato o un abile costruttore di brand, ma definirlo un cantante o un musicista significa insultare chi studia canto per anni, chi affina l'intonazione e chi scrive musica sapendo cosa sia un'armonia: quando la musica si riduce a un pretesto per finire nei trend di Instagram la sera stessa, non stiamo più ascoltando arte, ma stiamo semplicemente consumando packaging.
Alessio Miglietta
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