25 anni dalla scomparsa dell'Eretico: INDRO MONTANELLI


Un quarto di secolo. Sono passati venticinque anni da quando il ticchettio della celeberrima Lettera 22 si è fermato, lasciando il giornalismo italiano orfano di una delle sue pochissime voci realmente indomabili. Ricordare oggi Indro Montanelli (1909-2001) significa spogliare la sua figura dalle etichette, dalle convenienze e dalle miserie delle curve da stadio, per restituirlo alla sua dimensione più pura: quella del genio solitario. Montanelli è stato l’avanguardia dell'indipendenza in un Paese intimamente conformista, il maestro assoluto dell’arte di andare controcorrente, non per il gusto sterile della provocazione, ma per un'esigenza fisiologica di verità.
Il primo, grande atto di ribellione di Montanelli non è stato nei contenuti, ma nella forma. In un’epoca in cui la prosa italiana era spesso appesantita da barocchismi, retorica e servilismo, lui ha inventato una lingua nuova. Il suo talento si manifestava nella sottrazione: frasi brevi, punteggiatura chirurgica, aggettivi usati col contagocce ma capaci di scolpire un ritratto in tre righe. La sua avanguardia era la chiarezza assoluta. Scriveva in modo che lo potesse comprendere il professore universitario così come l'operaio, compiendo un atto di profondo rispetto verso il lettore, l’unico vero "padrone" che abbia mai riconosciuto.


In un panorama intellettuale che ha sempre amato il gregge, le consorterie e i salotti, Montanelli ha scelto la strada del deserto. L'arte di essere "uno contro tutti" si misurava nella sua capacità di deludere le aspettative del suo stesso pubblico. Non cercava l'applauso facile; al contrario, diffidava del consenso unanime. La sua vera grandezza risiedeva nel coraggio di difendere un principio anche quando questo significava l'isolamento, la critica feroce, l'inimicizia di chi fino al giorno prima lo osannava. Tenere la schiena dritta, per lui, era una postura esistenziale che pagava a caro prezzo, congedandosi da poltrone comode pur di non piegare la propria macchina da scrivere ai voleri di chi pretendeva di dettargli la linea.
I suoi articoli migliori sfuggono alla cronaca per entrare direttamente nella letteratura. Non c'è bisogno di guardare ai grandi eventi epocali per trovare il miglior Montanelli; lo si trova nell'osservazione dell'animo umano.
Ad esempio i "Ritratti": le sue descrizioni dei personaggi illustri restano ineguagliati. Riusciva a spogliare re, papi e intellettuali dell'aura di intoccabilità, mostrandone vizi, grandezze e umane miserie con un'ironia tagliente ma mai volgare. I suoi pezzi su personaggi come Papa Giovanni XXIII o le sue analisi sociologiche sui vizi degli italiani sono veri e propri saggi di antropologia culturale.
Allo stesso modo, le cronache della tragedia: basti pensare ai suoi reportage da inviato speciale di fronte ai disastri naturali, come il Vajont o l'alluvione di Firenze. Lì, il cinico Montanelli lasciava spazio a una cronaca asciutta, priva di pietismo, che proprio per la sua freddezza restituiva al lettore un dolore intatto e devastante.
L'avanguardia la troviamo in vece ne "La Stanza": Il suo dialogo quotidiano con i lettori. Prima dei social network, prima dell'interattività digitale, Montanelli creò uno spazio orizzontale in cui un grande pensatore si metteva alla pari con il cittadino comune, rispondendo con logica, asprezza e straordinaria lucidità, dimostrando che il giornalismo è, prima di tutto, un patto di fiducia.
A 25 anni dalla sua scomparsa, la lezione di Montanelli è un monito per chiunque scriva, pensi e comunichi. In un'era dominata dagli algoritmi, dalla ricerca spasmodica del like, dalle tribù digitali pronte a linciare chiunque si discosti dal pensiero unico del momento, la figura di Montanelli ci ricorda cosa dovrebbe essere un intellettuale.
Oggi, un giornalista degno di questo nome dovrebbe rifuggire il ruolo di megafono. Dovrebbe recuperare il gusto dell'eresia, la capacità di osservare la realtà senza il filtro del pregiudizio, accettando il rischio vitale dell'impopolarità. Un pensatore libero non è chi urla più forte per sovrastare il rumore, ma chi sa trovare la parola esatta per disinnescare la menzogna corale.
Essere uomini liberi significa, in fondo, possedere il coraggio di scrivere ciò che gli altri non vogliono leggere. Significa guardare il gregge che corre in una direzione, piantare i piedi a terra, accendere una sigaretta e camminare, da soli, in senso opposto. Questo è stato Indro Montanelli. E questo è ciò che manca, dolorosamente, al nostro presente.

Alessio Miglietta 

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