LA GRANDE TRUFFA: Russia, Ucraina, Gaza e le bugie dei media. Cronaca di un fallimento geopolitico


Tagli alla Sanità e all'Istruzione per finanziare guerre già perse: ecco come l'Europa ci sta rovinando.

C’è qualcosa di profondamente grottesco, degno di una farsa nera scritta da un Eugène Ionesco in preda a un delirio atlantista, nel modo in cui l’Europa occidentale continua a recitare il rosario della resistenza a a oltranza in terra d’Ucraina. Finanziamo da anni, a suon di miliardi sottratti all'istruzione, al welfare interno, alla sanità e bruciati nel baratro dell'inflazione, un conflitto bellico nei fatti già archiviato dai libri di storia militare dopo appena due mesi dall’inizio delle ostilità.
Ricordiamolo senza infingimenti, anche perché la rimozione collettiva è diventata la cifra morale del nostro (pseudo)giornalismo: l’Ucraina non è un nostro alleato strategico formale, non fa parte dell’Unione Europea e non è neppure membro della NATO. Ma soprattutto, parliamo di una crisi bellica che perdura dal 2014, ed è in corso oggi perché non sono stati rispettati i Trattati di Minsk. Eppure, ci viene chiesto di considerare la sua sovranità come il baricentro sacro della nostra civiltà, i russi brutti e cattivi, barattando il nostro benessere energetico e la nostra stabilità economica e geopolitica sull'altare di un dogmatismo sterile.
Ci raccontano la favola della democrazia da esportare a suon di armi e centinaia di milioni di euro a fondo perduto, mentre la realtà dei fatti mostra un Paese dissanguato, demograficamente devastato e trasformato in un poligono di tiro per procura tra superpotenze. La verità – indicibile nei salotti buoni della geopolitica da copertina – è che stiamo alimentando l'agonia artificiale di un fronte collassato, incapaci di accettare il fallimento di una linea diplomatica assente e priva di visione. Quando la retorica della guerra sostituisce il pensiero razionale, a pagare il conto non sono i teorici della fermata a Mosca, ma i cittadini di un'Europa che ha scelto di suicidarsi economicamente per compiacere i desiderata di imperi lontani (quello statunitense su tutti, spesso causa di tutti i conflitti dalla seconda guerra mondiale a seguire).

Dall'altra parte troviamo i due pesi, le due misure e l’ipocrisia morale dell'Occidente di cristallo, in cui esiste un termometro morale che misura la putrefazione etica di un'epoca, ed è il grado di selettività con cui indignazione e sdegno vengono somministrati quotidianamente all'opinione pubblica. Basta vedere cosa accade da tempo sulla striscia di Gaza e zone limitrofe.
Da tempo assistiamo a un esercizio di funambolismo mediatico talmente sfacciato da sfidare le leggi della gravità logica: la narrazione ufficiale dei crimini internazionali e dei genocidi si è trasformata in un sovraccarico estremo e poco variabile, calibrato unicamente sulla convenienza degli sponsor.
Prendiamo la tragedia che si consuma sotto i nostri occhi ogni giorno in Medio Oriente per mano del governo israeliano: una pulizia etnica metodica, documentata, sfacciata, perpetrata calpestando ogni singola convenzione di Ginevra e riducendo in cenere interi agglomerati urbani sotto lo sguardo complice o pavido della comunità internazionale. Eppure, mentre per altre crisi la macchina della condanna globale si attiva a mezzo unificato (verso la Russia che ha una ventina di pacchetti di sanzioni, ad esempio, mentre Israele zero), qui assistiamo a un imbarazzato e complice balbettio istituzionale. Si parla di "diritto alla difesa" per giustificare l'annientamento sistematico di un popolo ridotto in ghetto, ribaltando la realtà con un’inversione orwelliana degna del miglior 1984.
I criminali che ordinano e firmano massacri nei territori palestinesi godono di un'immunità mediatica che protegge la loro barbarie dietro lo scudo di un automatismo "morale" imperituro. Questa disparità di trattamento non è soltanto un fallimento informativo; è la certificazione che i diritti umani, per i nostri governanti e per i cantori del pensiero unico, non sono universali, ma semplici merci a tempo determinato, spendibili o occultabili a seconda di chi prema il grilletto.

La verità e che ormai viviamo immersi in un eterno presente, in un flusso di stimoli digitali e televisivi incessanti che ha chirurgicamente amputato la nostra capacità di proiezione storica. La modernità liquida, preconizzata da Bauman, si è evoluta in una vera e propria dittatura dell'istante, in cui l’uomo contemporaneo, ridotto a utente passivo, ha smarrito la profondità della memoria e la vertigine del domani.
Il fenomeno non è casuale, bensì il risultato di un disegno sociale raffinato quanto assurdo: privare gli individui del senso del tempo significa espropriarli della coscienza critica. Chi non possiede radici storiche non può elaborare un’alternativa politica o culturale; fluttua docile nella corrente del "politicamente corretto" e dell'opinione preconfezionata, scambiando per libertà la mera libertà di scelta tra prodotti digitali omologati.
La domanda è: costoro sono asserviti al potere o a un comodo e refrattario consenso?

Alessio Miglietta 

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