Contro La Cosmesi del Nulla: Il Totale Fallimento del “Folletto” Letterario nei Salotti


Esiste un silenzio particolare che precede l’inizio di certe serate nei salotti letterari contemporanei. Non è il silenzio gravido di chi sta per ricevere una rivelazione, ma quello asettico di chi sta per assistere a una televendita travestita da evento imperdibile. In queste stanze, dove l’ossigeno è rarefatto dalla mutua compiacenza, la parola non è più un organismo vivo, ma un accessorio di moda.
Se applichiamo il criterio dinanimista, la diagnosi è impietosa: stiamo assistendo a un vero e proprio funerale culturale. 

La Parola ha necessità di essere Azione. Non parliamo di "bellezza" calligrafica o della metrica corretta come fine a sé stessa. Esso osserva il "processo". La domanda non è "Cosa ha scritto l’autore?", ma "Da quale necessità è stata strappata questa parola e quale trasformazione è capace di innescare?".
La poesia vera è un atto di Movimento ed Evoluzione che incide nel reale attraverso tre vettori fondamentali:
la Necessità, il grido che precede la forma; l'Attrito, la resistenza che la parola incontra nel linguaggio e nell'esperienza per non scivolare via come olio su vetro; la Durata, la capacità di persistere nel tempo del lettore, ben oltre l'eco dell'applauso (spesso inutile) di rito.
Nel momento in cui la poesia entra nei "circolini" dell'amichettismo, questi tre vettori vengono sistematicamente annullati. Non c'è necessità dove c'è convenienza; non c'è attrito dove c'è l'accordo preventivo; non c'è durata dove tutto è consumato nel rinfresco (se presente e se non si ha il braccino corto) post-evento.

C'è poi il dannato amichettismo, e il "Folletto" Letterario.
L’autoreferenzialità oggi ha assunto la forma grottesca del venditore porta a porta. Vediamo autori che non cercano lettori, ma "clienti di influenza". Esporsi con quella smania di piacere a tutti ad ogni costo, di far parte della "giusta" antologia, di sedere alla tavola del "giusto" critico di turno, equivale esattamente a un venditore del Folletto che cerca di dimostrarti la potenza di aspirazione della sua metafora.
Ma la poesia non deve aspirare la polvere del mondo; deve semmai sollevarla, renderla visibile, farla bruciare negli occhi.
L’amichettismo è una barriera osmotica invertita: lascia passare solo ciò che è innocuo, ciò che conferma l’ego del gruppo, impedendo alla poesia di uscire dal "circolino" per arrivare a chi, di quella parola, avrebbe una fame ontologica. Se la poesia deve "salvare l’anima", non può farlo in un ambiente sterile. L'anima si salva nel fango, nel conflitto, nella collisione tra l'io e l'altro. 
Il rischio è la condizione necessaria affinché il linguaggio non sia un simulacro. Chi non rischia l'incomprensione o l'esclusione dal salotto, non sta facendo poesia: sta facendo pubbliche relazioni.

Vi narro questa fiaba perché l'ho vissuta sulla mia pelle.
Ho vissuto questi salotti come un corpo estraneo, un'interferenza di segnale in una trasmissione troppo pulita. E ho applicato lo stesso rigore alla musica, dove critico i pupazzi da classifica sul mio canale YouTube LETTERATURA ROCK. 
C'è una simmetria perfetta tra il poeta che scrive per il "mi piace" del collega e il musicista che compone per l'algoritmo della playlist editoriale. In entrambi i casi, manca il salto nel vuoto.
La musica, come la poesia, dovrebbe essere un'emanazione del suddetto criterio:
Frequenza, Dissonanza, Risonanza. Ovvero la vibrazione che nasce da un'urgenza viscerale, il relativo "fastidio" che rompe il comfort acustico, e la trasformazione del pensiero di chi ascolta.
Quando la musica diventa "cibo per vermi", quando si cerca la collaborazione non per affinità elettiva ma per somma di follower, si smette di essere artisti e si diventa operatori di marketing. Il risultato è un prodotto levigato, privo di anima (vedi la sindrome da canzone con nove autori) che non lascerà traccia nella memoria collettiva perché non ha mai accettato la sfida del rischio.

La vera poesia, musicale o su carta, è quella che accade nonostante il salotto. È quella che si tramanda per osmosi, che viaggia di bocca in bocca perché è diventata necessaria alla sopravvivenza di qualcuno che non conosciamo e che probabilmente non incontreremo mai.
Dobbiamo smetterla di confondere la *visibilità* con l'*incidenza nel reale*. Un post virale non è un'azione poetica; una parola che sposta l'asse di una vita lo è. Il "circolino" è una prigione dorata dove la poesia muore d'inedia, nutrita solo di specchi.
Essere "corpi estranei" oggi è l'unico modo per restare integri. Essere diversi in un mondo che ci vuole scivolosi e compiacenti. La missione artistica degna di questo nome non cerca la pacca sulla spalla: cerca la trasformazione.
Se la vostra parola non genera attrito, se non disturba la quiete del salotto, allora non state scrivendo poesia. State solo vendendo un aspirapolvere che non pulisce nemmeno il vostro tappeto di casa. È ora di tornare al rischio, alla durata, alla vita vera. Oltre il cerchio, dove l'anima ha ancora bisogno di essere salvata.

Alessio Miglietta 

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