Il Vangelo Secondo Lauro: Come il Trasformismo ha Mascherato il Vuoto Cosmico dei Suoi Testi
C’è una regola non scritta nell'industria musicale contemporanea: se non hai nulla da dire, assicurati di dirlo indossando un abito firmato e scendendo da una scalinata con aria solenne. Nessuno ha interiorizzato questo mantra meglio di Achille Lauro. Ciclicamente, l'ex trapper di periferia si sottopone a una seduta di "lavaggio a secco" della propria immagine: via i tatuaggi in faccia, dentro il completo sartoriale di velluto; via la corona di spine, dentro l'atteggiamento da intellettuale tormentato.
E ogni volta, puntuale come le tasse, la critica generalista abbocca, gridando al miracolo e incoronandolo come il nuovo Messia del cantautorato italiano. Ma se proviamo a togliere il trucco, le piume e le luci stroboscopiche, cosa rimane sul foglio di carta?
Il più grande capolavoro di Achille Lauro non è una canzone, ma l'illusione ottica che è riuscito a vendere al pubblico. Ha convinto milioni di persone che travestirsi da icona storica equivalesse a produrre arte di spessore. Ma la trasgressione, quella vera, passa attraverso il linguaggio, il messaggio, la rottura degli schemi narrativi.
Se analizziamo i testi di Lauro, ci troviamo di fronte a un Bignami della provocazione per casalinghe. Le sue liriche non raccontano, non scavano, non graffiano: si limitano a elencare. Lauro è il re dell'elenco telefonico concettuale. Cita icone a caso (Marilyn Monroe, Elvis, Jimi Hendrix, James Dean) sperando che la grandezza di questi nomi si trasferisca per osmosi sulle sue strofe claudicanti.
Ciò che rende la situazione grottesca è l'aura di sacralità del finto profeta con cui questi testi vengono presentati. Con il suo ultimo restyling, Lauro si atteggia a sciamano della parola, ma i versi che sussurra al microfono con voce rotta sembrano scarti del diario di un liceale.
La sua poetica si regge su tre pilastri drammaticamente fragili:
1) La finta blasfemia: L'uso compulsivo di parole come "Dio", "Prega", "Amen" e "Croce", inserite a casaccio per dare un tono solenne a canzoni che, di base, parlano del nulla cosmico.
2) Il decadentismo da discount: L'ostentazione di un maledettismo di plastica, fatto di riferimenti sbiaditi a vizi, notti folli e cuori spezzati, che suonano credibili quanto una banconota da tre euro.
3) La ripetizione estenuante: Quando il vocabolario scarseggia, la tattica è ripetere la stessa frasetta sussurrata trenta volte (spesso un lamento o un "ah ah ah"), sperando che l'arrangiamento orchestrale copra l'assenza di idee.
E poi c'è l'Insulto ai Giganti. La stampa ha spesso speso nomi come "nuovo" David Bowie o "nuovo" Freddie Mercury, o nei confini nostrani "nuovo" Renato Zero, per tentare di inquadrare il fenomeno Lauro. È un accostamento che sfiora l'eresia. I veri giganti del trasformismo usavano il costume per amplificare un messaggio musicale e lirico devastante. Dietro Freddie Mercury c'era soprattutto una voce sconfinata e con pochissimi eguali, dietro le piume di Renato Zero c'erano testi che squarciavano l'ipocrisia dell'Italia perbenista, dietro il trucco di Ziggy Stardust c'era un'esplorazione profonda dell'alienazione umana e un genio assoluto.
Dietro i completi sartoriali e le pose messianiche dell'ultimo Achille Lauro, invece, c'è solo un disperato bisogno di attirare l'attenzione su liriche come: "Dio ci benedica / ci benedica / ci benedica".
Trasformare il vuoto in un evento mediatico richiede un talento fuori dal comune per il marketing. Su questo, Lauro è un fenomeno (andando a memoria) senza precedenti.
Ma smettiamola di parlare di cantautorato. Smettiamola di chiamarlo poeta. Il nuovo Messia della musica italiana non sta predicando un nuovo Vangelo; sta semplicemente leggendo la lista della spesa indossando un abito di alta moda, sperando che nessuno in sala si accorga che il re, sotto le paillettes, è drammaticamente nudo.
Alessio Miglietta
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