L'ECCIDIO DELLA MUSICA ITALIANA: NOVE SCIMMIE CON LA MACCHINA DA SCRIVERE E IL TRIONFO DEI LOBOTOMIZZATI

Siamo arrivati all'apoteosi del grottesco, a quel punto di saturazione fisiologica in cui l'industria discografica italiana, con l'ennesima vomitevole vetrina di Sanremo 2026, ha deciso di defecare direttamente sui timpani di un'intera nazione, consacrando una prassi che va avanti da almeno un decennio ma che ora ha raggiunto vette di inenarrabile follia clinica: presentare in gara una canzonetta di tre minuti scarsi scritta da sei, otto, addirittura nove fottuti autori. Ma io mi domando e vi domando, con la bava alla bocca e i capillari degli occhi esplosi per lo sdegno: vi pare minimamente normale una mostruosità del genere? Fisicamente, meccanicamente, come cazzo se lo dividono il testo nove cristiani adulti e, si spera, vaccinati? C'è il perito balistico delle vocali, l'ingegnere strutturale delle consonanti e lo specialista in appalto esterno che si occupa esclusivamente di piazzare gli "skrrt" e i "baby" al momento giusto, mentre gli altri sei si mettono in cerchio tenendo in mano il dizionario dei sinonimi e contrari per assicurarsi che "cuore" faccia rima con "dolore" senza far collassare prematuramente il continuum spaziotemporale? Per scrivere la Divina Commedia è bastato un esiliato fiorentino incazzato col mondo, per redigere l'intera Costituzione Italiana si sono seduti in meno a un tavolo, e voi, disgraziata banda di scappati di casa, avete bisogno dell'intera rosa del Frosinone Calcio per partorire un abominio che è, immancabilmente e senza la minima eccezione statistica, una merda inaudita, un prodotto scritto di merda, concepito di merda e, ciliegina su questa gigantesca e maleodorante torta fecale, cantato di merda. E a chi affidano l'esecuzione materiale di questo capolavoro corale partorito da un comitato esecutivo di mentecatti? Al finto rapper di turno, quello col piumino smanicato ad agosto che gioca a fare il gangster di strada vissuto quando l'unica vera tragedia che ha affrontato nella sua misera esistenza è il calo di segnale del Wi-Fi nella villa di papà in Brianza, o all'immancabile disadattato tatuato in faccia, un obbrobrio estetico e morale che si è scarabocchiato gli zigomi con una macchinetta cinese non per una sofferta ribellione bohémien, ma semplicemente per distrarre il pubblico dall'evidente vuoto pneumatico che intercorre tra il suo orecchio destro e quello sinistro. Questi ectoplasmi da studio di registrazione, tenuti in vita solo dalle macchine dell'autotune, non sanno tenere una nota, non sanno stare su un palcoscenico, non sanno articolare una maledetta frase di senso compiuto senza sembrare dei gabbiani con una laringite fulminante, eppure sono lì, in prima serata, a pontificare, a prendersi i riflettori, a rubare letteralmente ossigeno e preziosa visibilità a chi l'arte ce l'ha davvero dentro, a chi si fa il sangue amaro ogni fottuto giorno nel totale anonimato, a chi meriterebbe quel palcoscenico di diritto ma viene sistematicamente ignorato per far spazio al nulla cosmico, tipo il sottoscritto, e allora permettetemi di dirvelo dal profondo dell'anima in fiamme: mortacci vostra, come si dice a Roma, mortacci vostra, dei vostri produttori e di chiunque vi abbia mai messo un microfono in mano facendovi credere di avere qualcosa da dire. E badate bene, ipocriti moralizzatori da tastiera pronti a puntare il dito, non c'è una singola, infinitesimale goccia di invidia in queste mie parole al vetriolo, perché l'invidia presuppone il malcelato desiderio di essere come voi, di appartenere al vostro letamaio dorato fatto di sponsor e finzione, mentre io qui sono mosso solo ed esclusivamente da un sano, puro, cristallino, purissimo e abbagliante odio viscerale. Qui entra in gioco la vocazione, la missione artistica vera e insopprimibile, il punto di vista disperato di chi ha l'arte genuina che gli scorre nelle vene al posto dei globuli rossi, di chi sa plasmare le parole, la rabbia e le emozioni come creta viva, ma la mattina alle sette in punto si deve alzare, ingoiare tonnellate di bile e andare a fare un lavoro di merda, annientandosi e piegandosi alla banalità spietata del quotidiano per campare, per pagare le bollette e mettere insieme il pranzo con la cena, mentre voi analfabeti funzionali di ritorno vi spartite svariati milioni di diritti SIAE per aver aggiunto un "yeah" o un colpo di tosse in un brano che musicalmente suona come una suoneria polifonica del 2004 mal digerita da un Nokia 3310. Tuttavia, per quanto voi siate i tristi parassiti che infestano le carni di questo cadavere putrefatto chiamato discografia, la colpa suprema, il peccato originale, definitivo e imperdonabile non è nemmeno tutto vostro, no, la colpa vera è dei mandanti di questo scempio culturale, ovvero di quel gregge belante, passivo e amorfo che porta il nome di pubblico italiano. Siete il peggior pubblico dell'universo conosciuto, la peggior platea che la storia dell'intrattenimento abbia mai concepito, una sterminata massa di pecoroni lobotomizzati e privi del benché minimo senso critico, capaci solo di ingurgitare a fauci spalancate tonnellate di sterco musicale preconfezionato senza mai avere un sacrosanto conato di vomito, anzi, leccandovi pure i baffi lordi e implorando il bis allo chef. Siete voi, ignavi complici del disastro, che premiate l'assoluta mediocrità, che garantite i milioni di stream a questi minorati mentali rimpinguando i loro conti in banca, che li elevate a idoli e portavoce generazionali per un motivo molto semplice e meschino: l'eccellenza vi spaventa a morte, la maestria vi terrorizza, il vero talento vi fa sentire inesorabilmente piccoli, profondamente ignoranti e cosmicamente inadeguati, e allora preferite di gran lunga specchiarvi nell'opacità rassicurante di un branco di inetti tatuati in faccia pur di non dover fare lo sforzo titanico di comprendere la vera bellezza, condannando così chi ha talento, passione e sudore da vendere a marcire nell'ombra perenne, mentre i vostri nove imbarazzanti clown da circo equestre festeggiano stappando champagne scadente e ballando tronfi sulle rovine fumanti della cultura di questo paese disgraziato.

Alessio Miglietta 

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