LET IT BE dei BEATLES: Il Disco di Vetro: Il Canto del Cigno tra Caos e Bellezza
A cura di Alessio Miglietta
"Let It Be" non è un semplice disco, ma il testamento sonoro, talvolta lacerante e talvolta euforico, di una band che stava imparando a dirsi addio mentre cercava disperatamente di tornare a casa, trasformando il fallimentare progetto "Get Back" in un'opera postuma rifinita dal tocco controverso e orchestrale di Phil Spector. L'apertura è affidata a **Two of Us**, una ballata folk-rock acustica dove le voci di Lennon e McCartney tornano a intrecciarsi in quella perfetta simbiosi che aveva definito i loro esordi; tecnicamente il brano brilla per il gioco armonico e per la linea di basso eseguita da George Harrison sulla chitarra, regalando un momento di dolcezza agrodolce che sa di libertà e malinconia. Segue **Dig a Pony**, catturata durante il celebre concerto sul tetto della Apple, un brano che esibisce il lato più scarno e bluesy del gruppo: il testo è un nonsense tipicamente lennoniano, ma l'esecuzione è potente, sorretta da un riff di chitarra circolare e da un'interazione strumentale che dimostra come, nonostante le tensioni, i quattro fossero ancora una macchina da guerra impeccabile dal vivo. Con **Across the Universe**, il disco tocca vette trascendentali; Spector qui interviene pesantemente sulla versione originale del 1968, rallentando il nastro e sommergendo la preghiera laica di John in un oceano di archi e cori celestiali che, pur tradendo l'originale visione scarna di Lennon, elevano il mantra "Jai Guru Deva Om" a una dimensione cosmica. **I Me Mine** ci presenta un George Harrison pungente che riflette sull'egocentrismo dei compagni attraverso un valzer che esplode improvvisamente in un blues-rock roccioso; il brano ha la particolarità storica di essere l'ultima canzone effettivamente registrata dai Beatles (senza John) nel gennaio 1970, con Spector che ne raddoppiò la durata tramite un sapiente montaggio analogico. Dopo i brevi frammenti goliardici di **Dig It** e **Maggie Mae**, che servono a ricordare lo spirito cameratesco delle sessioni di prova, arriviamo alla title track: **Let It Be** è l'inno definitivo di Paul McCartney, una cattedrale sonora costruita sul pianoforte e ispirata da un sogno materno, dove nella versione album la chitarra di Harrison graffia con un solo più distorto e viscerale rispetto alla versione singolo, creando un contrasto perfetto con la solennità quasi religiosa dell'arrangiamento. **I’ve Got a Feeling** rappresenta il cuore pulsante del disco, una fusione di due canzoni diverse che convivono sul tetto: il riff trascinante di Paul si scontra con il lamento di John "Everybody had a hard year", in un climax di pura energia rock supportato dal piano elettrico di Billy Preston, il cui tocco soul è il vero collante del disco. **One After 909** ci riporta alle origini, un brano scritto da Lennon adolescente e ripescato con una foga rock 'n' roll primordiale, essenziale per ribadire la natura "live" del progetto. Il tono cambia drasticamente con **The Long and Winding Road**, dove l'orchestra e i cori raggiungono il picco della produzione Spectoriana, trasformando la ballata pianistica di Paul in un requiem hollywoodiano che, nonostante le polemiche dell'autore, rimane un simbolo della fine di un'era. **For You Blue** è il tributo di George al blues rurale, con John alla slide guitar (suonata con una lama di metallo), un brano leggero che respira aria fresca prima della conclusione affidata a **Get Back**: la traccia finale è una scarica elettrica di ottimismo, un ritorno al boogie-rock più puro dove il ritmo di Ringo Starr è una roccia e le tastiere di Preston spingono il gruppo verso l'ultima, iconica nota, chiudendo il sipario con la battuta ironica di John sulla speranza di aver superato l'audizione, sigillando così la storia della band più grande di sempre con un sorriso di sfida.
Alessio Miglietta
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