L'Eterno Ritorno del Piagnisteo: Il Quarto di Secolo di Mediocrità Firmato Tiziano Ferro

Sono passati quasi venticinque anni da quando un ventunenne di Latina irruppe nelle radio italiane implorando perdono su una base R&B di plastica, palesemente scopiazzata dalle produzioni americane di fine anni Novanta. Quel Xdono fu il Cavallo di Troia con cui Tiziano Ferro invase il panorama musicale nazionale. All'epoca, nella desolazione del pop italiano, sembrò a molti una boccata d'aria fresca. Oggi, un quarto di secolo più tardi, possiamo finalmente ammettere la verità senza il timore di essere linciati dalla giuria popolare: Tiziano Ferro è il più grande monumento all'immobilismo artistico e alla pigrizia emotiva che l'Italia abbia mai partorito.
L'Estetica del Ricatto Emotivo
Se si ascolta la discografia di Tiziano Ferro in sequenza, si ha la sinistra impressione di ascoltare un'unica, interminabile traccia durata venticinque anni. Il suo marchio di fabbrica non è uno stile musicale, ma un ricatto emotivo costante.
Ferro ha preso il peggio della tradizione melodica italiana (il melodramma esasperato, il vittimismo amoroso) e lo ha gonfiato con arrangiamenti da stadio e cori gospel totalmente fuori contesto. Ma il vero strumento di tortura è la sua vocalità. Quello che i fan chiamano "un timbro unico e inconfondibile" è in realtà un esercizio di ginnastica laringea applicata alla lagna. Il suo modo di cantare, fatto di vibrati asfissianti, singulti, sospiri enfatizzati e un perenne, stucchevole tono di pianto, trasforma ogni canzone in una seduta di psicoterapia non richiesta. Non c'è spazio per la sottrazione, non c'è eleganza: c'è solo un muro di suono costruito per costringere l'ascoltatore a commuoversi per sfinimento.
Il Diario Segreto di un Eterno Adolescente
Il disastro vocale e musicale passa in secondo piano quando si ha il coraggio di analizzare i testi. Dopo venticinque anni di carriera, ci si aspetterebbe una maturazione tematica, un'evoluzione dello sguardo sul mondo. Tiziano Ferro, invece, è rimasto intrappolato nella stanza di un quindicenne che ha appena subìto il primo rifiuto al liceo.
La sua grammatica autoriale si regge su un vocabolario di una povertà sconcertante, riciclato all'infinito:
• La pioggia e l'inverno: Se si togliessero le parole "freddo", "inverno", "pioggia" e "neve" dai suoi brani, la sua discografia si dimezzerebbe all'istante.
• La dipendenza patologica: L'amore cantato da Ferro non è mai uno scambio tra adulti, ma una dipendenza tossica e disperata in cui lui è sempre la vittima incompresa che aspetta, piange e si strugge.
• Il nonsense mascherato da poesia: Frasi accostate a caso, sintassi contorta e metafore che sfiorano il ridicolo (chi non ricorda le indimenticabili "sere nere" o l'imbarazzante "rosso relativo"), spacciate per lirismo ermetico solo perché cantate a pieni polmoni.
L'Abbraccio della Mediocrità
Ma la colpa di questo scempio non è solo di Tiziano Ferro. Lui, da scaltro imprenditore di sé stesso, ha semplicemente trovato una formula industriale infallibile e l'ha replicata fino alla nausea. La vera riflessione va fatta sul pubblico, su quell'oceano di persone che da decenni lo accoglie a braccia aperte, riempiendo gli stadi per cantare in coro le sue nenie.

Perché Tiziano Ferro ha questo successo titanico? Perché è la comfort zone della mediocrità intellettuale ed emotiva. Ascoltare Ferro non richiede alcuno sforzo. Non mette in discussione nulla. Offre al pubblico esattamente ciò che il pubblico più pigro desidera: emozioni pre-digerite, tristezza plastificata, la rassicurante certezza che si può soffrire d'amore come nei film di serie B senza doversi mai mettere veramente in gioco.
Tiziano Ferro è la colonna sonora perfetta per un Paese che ha paura di crescere. È l'equivalente musicale del cibo spazzatura: ti riempie subito la pancia, ma ti lascia culturalmente denutrito.
Averlo innalzato a maestro e a intoccabile divinità del pop italiano non è una vittoria della musica; è la certificazione ufficiale del nostro inesorabile declino estetico. Abbiamo scambiato i singhiozzi per soul e l'autocommiserazione per poesia. E, quel che è peggio, ne andiamo ancora fieri.

Alessio Miglietta 

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