L'Incantatore di Serpenti: Il Grande Inganno Musicale di Sal da Vinci
Esistono nel panorama musicale italiano delle figure che, per una strana e insondabile alchimia sociologica, vengono innalzate agli altari della venerazione pubblica. Figure intoccabili, protette da uno scudo di devozione popolare che respinge ogni tentativo di critica oggettiva. Tra questi totem contemporanei spicca, in tutto il suo sfolgorante mistero e la sua allucinata ostentazione, Sal da Vinci.
Ma mettiamo subito le cose in chiaro, per sgombrare il campo da facili e noiose incomprensioni.
Sia messo agli atti: questa non è un’invettiva contro il "figlio d’arte" . Assolutamente no. Il fatto che porti sulle spalle il peso (e il cognome, e il traino, e i contatti) di Mario da Vinci è un mero, trascurabilissimo dettaglio anagrafico. Sal si è fatto da solo, mattone dopo mattone, senza alcun tappeto rosso srotolato dal lignaggio familiare. Ovviamente.
E vi prego, non cadiamo nella trappola della discriminazione territoriale. Chi oserebbe mai criticarlo perché è napoletano? Napoli è la capitale indiscussa di una cultura musicale millenaria, ha partorito giganti inarrivabili, come il geniale Pino Daniele, tanto quanto terribili abbagli, come Geolier, ha esportato melodie che hanno in alcuni casi fatto la storia del mondo. Attaccare Sal da Vinci per le sue origini partenopee sarebbe un crimine contro la logica, oltre che contro il buon gusto. Non è la sua provenienza il problema.
Il problema è ciò che fa. O meglio, come lo fa.
Per capire la portata del fenomeno, bisogna osservare il modo in cui il nostro viene incensato da un intero Centro-Sud, sollevato a mo' di padreterno della melodia. Viene celebrato per la sua presunta autenticità, per quell'aria da artista puro, ingenuo, che si disinteressa delle logiche di mercato.
Prendiamo, ad esempio, le sue recenti apparizioni, culminate con gli ultimi Sanremo ed Eurovision, il celebre balletto e l'imprescindibile indicazione all'anello gigante, "tutto tempestato di diamanti, rubini e pietre preziose", come direbbe Paolo Bonolis, annesso.
Che momento di pura, incontaminata spontaneità! Chi mai oserebbe pensare che un gesto del genere sia il frutto di uno studio a tavolino, una mossa calcolata al millimetro per generare engagement, cavalcare i trend del momento e farsi meme vivente? Nessuno, certo. Sal da Vinci non fa nulla di strategico. È solo un artigiano della musica che, quasi per caso, inciampa in coreografie virali e gestualità studiate per le telecamere, mentre il pubblico plaude alla sua disarmante "naturalezza".
Tolta la patina dell'ironia, arriviamo al vero, desolante nocciolo della questione: la pochezza musicale.
Sal da Vinci opera esattamente come un incantatore di serpenti. Conosce due o tre note ipnotiche, padroneggia le dinamiche del melodramma a buon mercato, e usa questi strumenti per intorpidire il senso critico degli ascoltatori. La sua non è un'evoluzione della grande tradizione, ma una sua mortificazione.
Ciò che appioppa alle folle festanti è un prodotto liofilizzato: una canzone napoletana travestita da musica italiana.
Prende la visceralità, il dolore, la passione e la poesia della musica partenopea, la svuota di ogni reale significato culturale e la ricopre con una glassa pop di plastica, buona per i circuiti nazional-popolari. È il trionfo del rassicurante, del già sentito, della mediocrità che non disturba mai, ma che accarezza l'ascoltatore nel verso del pelo.
Non c'è ricerca, non c'è innovazione, non c'è il coraggio di osare un accordo che non sia telefonato con tre battute d'anticipo. C'è solo una formula stanca, ripetuta all'infinito.
Eppure, la gente abbocca. Abbocca perché il pifferaio magico sa quale melodia suonare. In un'epoca di incertezze, la musica di Sal da Vinci funziona come la classica "comfort zone" di bassa lega: sai che non ti farà bene, sai che è pieno di conservanti emotivi, ma ti riempie la vita senza farti ragionare.
Il Centro-Sud (e non solo) lo difende a spada tratta perché in lui vede un'identità rassicurante, anche se a quanto pare risulterebbe divisivo. Lì però temo e credo che entrino in gioco dinamiche di provenienza. Ma confondere questa proposta musicale mediocre con la vera grandezza significa fare un torto alla musica stessa. Significa accontentarsi dell'illusione, scambiando un prestigiatore di provincia per un vero maestro di magia. E finché continueremo a scambiare il sentimentalismo a buon mercato per arte, l'incantatore di serpenti continuerà a suonare il suo flauto, e il cesto rimarrà sempre desolatamente vuoto.
Alessio Miglietta
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