Perché Chiamare Olly "Cantautore" è un Insulto alla Musica Italiana
C'è stato un tempo in cui la parola "cantautore" pesava come un macigno. Evocava stanze fumose, chitarre scordate, testi che graffiavano l'anima e raccontavano le contraddizioni di un Paese. Da De André a Dalla, da Battiato a De Gregori, il cantautorato era il rifugio della poesia prestata alla melodia. Oggi, nel discount della discografia contemporanea, sembra bastare saper mettere in rima due banalità su una base pre-confezionata per fregiarsi del medesimo titolo. E l'epicentro di questo dramma semantico ha un nome che sembra uscito da un cartone animato per bambini: Olly.
Se si ha il coraggio di ascoltare un brano di Olly (al secolo Federico Olivieri) dall'inizio alla fine, la prima sensazione che ti assale è quella di trovarti intrappolato nell'ascensore di un centro commerciale, ma con il volume sparato a palla e i tasti di emergenza disattivati. La sua proposta musicale è un concentrato di pop-dance zuccheroso e cassa dritta, concepito chirurgicamente da un team di produttori per non durare più di quindici secondi su TikTok.
La sua voce, perennemente annegata in un oceano di autotune, perde qualsiasi connotazione umana. Non c'è graffio (anche per la erre moscia), non c'è dolore, non c'è estasi o quella che nel Regno Unito chiamano garbage sound: c'è solo un file audio processato fino all'inverosimile. È l'equivalente sonoro di un panino freddo preso a un fast food: sazia il bisogno istantaneo di rumore di fondo, ma lascia il palato completamente vuoto.
Ma è quando si analizzano i testi che l'accostamento alla parola "cantautorato" diventa un vero e proprio reato contro il codice penale della letteratura. Il cantautore, per definizione, è intanto l'autore unico dei propri canti; dovrebbe avere, se non una visione del mondo, quantomeno un'urgenza comunicativa.
Olly, invece, sembra pescare a piene mani da un generatore automatico di frasi fatte per adolescenti in crisi motivazionale, con l'aiutino di altri sedicenti autori. Tra ritornelli da stadio (ma di Serie D) e rime scolastiche mascherate da finta irriverenza o fasulla malinconia gen Z, il vuoto totale della narrazione è imbarazzante. Brani come Polvere o la "pluridecorata" Balorda Nostalgia scivolano via senza lasciare la minima traccia neurale. Sono canzoni costruite a tavolino per essere innocue ma capaci di vendere, una sequela di slogan che imitano l'introspezione senza averne mai sfiorato la superficie.
La vera tragedia di questa vicenda non è che Olly faccia musica leggera — il pop puro, se fatto con intelligenza e visione (si pensi a una figura come Lucio Battisti), è un'arte nobilissima. L'autentico dramma è la pretesa di profondità. È la narrazione mediatica e discografica che cerca disperatamente di elevare un prodotto da catena di montaggio a espressione artistica d'autore.
Cosa dovrebbe essere un cantautore
Cosa offre Olly
Testi che esplorano la condizione umana o sociale.
Slogan usa e getta ottimizzati per la viralità social.
Vocalità identitaria, capace di trasmettere emozione cruda.
Filtri vocali che appiattiscono ogni dinamica espressiva.
Urgenza espressiva indipendente dalle mode.
Inseguimento cieco dei trend del momento (cassa dritta, pop-punk, hyperpop).
Olly è il ritratto perfetto, e a tratti deprimente, dell'industria musicale odierna: rassicurante, privo di spigoli, un finto ribelle con la faccia da bravo ragazzo, pronto per essere consumato, monetizzato dallo streaming e dimenticato al prossimo cambio di stagione musicale.
Definire Olly un "cantautore" non è solo un abbaglio critico: è una resa incondizionata al ribasso culturale.
Chiamatelo intrattenitore da algoritmo. Chiamatelo tiktoker prestato al microfono. Chiamatelo persino popstar usa e getta. Ma, per dignità storica, lasciate in pace i cantautori. Quelli veri, perlomeno, avevano qualcosa da dire.
E soprattutto, anche se sei genovese, non è detto che tu sia per forza De André, anzi...soprattutto se vai a Sanremo in canotta.
Alessio Miglietta
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