Quando la Musica Abbandona la Poesia
È un mondo difficile. E anche sfiancante. Chi scrive, però, non si arrende alla mediocrità, e mantiene un occhio vigile, che non vuole essere una semplice lente d’ingrandimento ma un vero e proprio sismografo. Per misurare quando la parola è viva, quando scuote le coscienze, quando “agisce” sul mondo modificandone le frequenze, e quando invece è morta, ridotta a un ronzio di sottofondo per consumatori distratti. Se applichiamo questo criterio all’industria musicale italiana contemporanea, il tracciato dell’elettroencefalogramma è inesorabilmente piatto.
Viviamo l’ennesimo periodo storico in cui una verità emerge con prepotenza: la Musica (questa musica) NON è Poesia.
È un paese delle meraviglie luccicante, progettato per soffocare l’arte vera e l’artista autentico sotto una montagna di plastica sonora.
Per comprendere il collasso attuale, la logica ci impone di guardare alle fondamenta su cui si regge questo circo. Le Radici del Male (una volta erano i Fiori del Male, ma questa è un’altra storia), che ormai sono inestirpabili, portano i nomi di Vasco Rossi e Luciano Ligabue. Hanno il demerito storico di aver preso l’urgenza espressiva sacra del rock e di averla diluita nella retorica da stadio, trasformando la “poesia” in una serie di slogan preconfezionati per il disimpegno di massa. La loro parola non agisce più sulla realtà per cambiarla o indagarla, ma serve solo a confermarla, a cullare l’ascoltatore in una comfort zone di rime baciate (se l’ispirazione bussa alla porta), versi gutturali e maledettismo innocuo. Hanno insegnato all’industria che la mediocrità, se urlata con la giusta cadenza, può essere scambiata per lirismo.
Se la poesia è un’azione dinamica sull’anima e sul tangibile, cosa c’è di più statico della finta trasgressione?
Damiano David e Achille Lauro rappresentano il trionfo dell’estetica sull’etica della parola. Nel loro teatrino, l’abito fa il monaco (e nemmeno poco...) e la provocazione è un prodotto da supermercato, studiato a tavolino dai direttori marketing o presumibilmente dalle stesse etichette. La parola è accessoria, vuota, incapace di ferire o guarire. È ribellione con il permesso dei genitori (e degli sponsor).
Sul versante dell’intimismo, o presunto tale, Tiziano Ferro ha inaugurato da tempo l’era del ricatto emotivo. La sua non è ricerca poetica del dolore, ma un lamento continuo e plastificato, un sentimentalismo da soap-opera brasileira in cui il “cuore” e l’ “amore” vengono svuotati di ogni forza propulsiva per diventare inutili hashtag.
Arriviamo poi alla fabbrica dell’effimero, perché tutto crolla definitivamente di fronte all’industrializzazione del talento. Le fucine di Amici e X-Factor non creano artisti, ma stampano esecutori seriali mascherati da nuova generazione di fenomeni. Invece non sono altro che catene di montaggio dove la voce è solo un veicolo per melodie scritte da algoritmi.
In questo ecosistema prosperano figure come Annalisa, Gaia e Tananai (per carità...) e mille altri, perfetti per sfornare tormentoni creati ad arte capaci di durare un battito di ciglia. Anche la loro parola ovviamente non agisce nel mondo: lo subisce e lo asseconda, poi incassa. È un rumore bianco che riempie i centri commerciali.
E in questo fango di inazione linguistica, una menzione a margine va fatta per Fedez: lo citiamo esclusivamente perché è l’emblema di chi lucra quotidianamente su un mestiere che, di fatto, non sa fare. È il trionfo dell’influencer marketing mascherato da discografia.
Come non citare l’abisso rap e trap, ovvero la parola asservita alla materia? È il punto zero, in cui la poetica viene non solo ignorata ma attivamente distrutta, lo troviamo nell’intera misera scena italiana di questi cosiddetti generi musicali.
Non c’è azione, non c’è alcun dinamismo, né promesse di qualità. In compenso troviamo l’ossessione per il Rolex, i brand di lusso, donne, motori e un machismo di cartapesta. È la sottomissione totale al capitale e al consumo. La trap invece non descrive il disagio della realtà: lo sponsorizza senza pensiero critico.
L’attuale industria musicale è quindi un perfetto ologramma che si nutre come una larva dell’attenzione del pubblico a scapito dell’arte vera. Il baraccone si regge proprio sull’anestetizzazione del linguaggio e di conseguenza del pubblico: finché la parola non significherà più nulla, finché non agirà di nuovo in maniera seria, lo status quo continuerà ad essere al sicuro. Anche perché, fra i tanti problemi, dall'altro lato della barricata c'è una Critica non critica.
Rivendicare oggi che “Questa Musica non è Poesia” non è un capriccio elitario, ma un atto di resistenza civile e culturale. Significa proteggere lo spazio d’azione dei veri artisti, quelli che, confinati nel sottosuolo dal mainstream, continuano a forgiare parole capaci di sanguinare, di muovere l’anima e, in ultima istanza, di portare sperimentazione e cambiamento.
Significa rifiutare le maschere, e i pupazzi eletti a divinità. Che facciano sold out non fa alcuna differenza.
Significa amare la Musica, sempre più vilipesa in questo mondo di mestieranti.
Musica che, andando a memoria, con la Parola è sempre andata piuttosto d’accordo.
Alessio Miglietta
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