CRITICA AL PREMIO STREGA E CAGATE SIMILI: PAURA E DISGUSTO AL NINFEO PER IL CADAVERE IMBALSAMATO DELLA LETTERATURA


Sono le due di notte, il posacenere straborda di mozziconi annegati in un fondo di whisky scadente e lo schermo del portatile mi fissa come un occhio iniettato di sangue. Lì sopra, in streaming, scorrono le immagini della solita, stantia, insopportabile passerella. Il Premio Strega. O il Campiello. O qualunque di queste cagate colossali in cui un branco di mummie si scambia pacche sulle spalle sorseggiando champagne.
Mi sale un conato. È la puzza della stasi. L'odore dolciastro e stucchevole della putrefazione accademica.
Guardateli. Seduti nelle loro poltrone di velluto, intrappolati in una ragnatela di amichettismo così densa che ci vorrebbe un lanciafiamme per aprirsi un varco. Non c'è slancio. Non c'è una fottuta scintilla. È il trionfo assoluto dell'immobilità. La mafia editoriale – i soliti tre o quattro colossi fusi in un unico, mostruoso corollario dorato di carta – ha deciso a tavolino mesi prima chi vince, chi perde, chi sorride a favore di telecamera e chi piange lacrime concordate. È una spartizione di feudi. Tu pubblichi il mio mediocre autore raccomandato, che non è capace a tenere una penna in mano ma vende in maniera inspiegabile, io faccio votare il tuo dal mio plotone di giurati compiacenti. È un elettrocardiogramma piatto. La morte termica della creatività, venduta a diciannove euro e novanta in copertina rigida.
E intanto, fuori da questi salotti blindati, il mondo pulsa, trema, sbanda a duecento all'ora.
La vera scrittura non è un tè delle cinque. È scossa, è movimento continuo, è una scarica elettrica che ti frigge le sinapsi, ti scaraventa fuori dall'abitacolo e ti costringe a correre. Ma loro la odiano, questa energia pura. Ne sono terrorizzati. Hanno eretto un muro di gomma e burocrazia per rimbalzare chiunque vibri a una frequenza diversa dalla loro liturgia per chi ha già un piede nella fossa.
Gli autori indipendenti? Quelli che sputano sangue sulle tastiere alle tre del mattino senza il collare d'oro di un grande marchio al collo? Esclusi a priori. Fantasmi. Reietti. Il regolamento è un fossato pieno di coccodrilli per tenere fuori i barbari. Gli indipendenti sono troppo veloci, troppo imprevedibili, troppo brutalmente vivi per entrare nel loro cimitero profumato. Potrebbero rompere i bicchieri di cristallo del servizio buono. Potrebbero far deragliare il trenino merci dei favori reciproci.
Il premio letterario oggi non è un radar per il talento, è un sedativo. È una morfina scadente somministrata alle masse per convincerle che quella brodaglia tiepida e rassicurante sia il massimo picco evolutivo del nostro tempo. Ti inebriano con quell'intruglio da stregoni da strapazzo, ti stordiscono con le recensioni fotocopia sui paginoni della domenica, tutti scritti dalla stessa cricca di critici-amici-editor-agenti. Un incesto letterario in loop.
Il risultato è un "qualcosa" già morto nella culla, debole ma commercialmente strabiliante: romanzi tutti uguali, lagnosi, immobili. Romanzi che non aggrediscono lo spazio, che nascono già vecchi e che di riflesso invecchiano male, impolverati, senza idee originali, ancorati a terra da zavorre di noia borghese. Non c'è un briciolo di quella forza cinetica che dovrebbe farti esplodere il cranio quando giri pagina. Solo paralisi. Solo autori ingessati che scrivono per altri autori ingessati, e quindi per lettori ingessati, aspettando che qualcuno appunti loro una medaglia sul petto prima del rigor mortis.
Fanculo la loro parata di zombie. Fanculo i loro voti fasulli e i loro accordi sottobanco chiusi nei cessi delle fiere del libro.
Lasciamoli marcire nel loro museo delle cere, a passarsi la bottiglia di sciroppo giallo mentre il mondo, là fuori, continua ad accelerare. La vera letteratura non ha bisogno delle loro coccarde e dei loro salotti buoni. Ha bisogno di benzina, di velocità, di muscoli tesi e di una folle, disperata voglia di travolgere tutto quello che trova sul suo cammino.
Quando finalmente le loro torri d'avorio crolleranno sotto il peso della loro stessa, inesorabile inerzia, noi saremo già mille chilometri più avanti. Senza guardare indietro. Mai.

Alessio Miglietta 

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