Recensione di COME TI VORREI di Pierpaolo Capovilla (da OBTORTO COLLO, 2014)


Tratto dall'album "Obtorto Collo" (2014), il brano "Come ti vorrei" è un frammento di anima pura, un esercizio di scavo interiore che Pierpaolo Capovilla compie con la precisione di un chirurgo dell'emozione, spogliando il linguaggio di qualsiasi orpello per arrivare all'osso di una verità bruciante e disarmata. In questa ballata scarna, quasi sussurrata, la voce di Capovilla si fa carezza e spina, trasformando l'atto del comporre in un rituale intimo dove la scrittura diventa la trasposizione di un'assenza, di un desiderio che si fa corpo nell'invocazione di un "tu" che è al contempo speranza e condanna. Il brano tocca vette liriche di una bellezza lancinante, specialmente laddove egli confessa, con una disarmante onestà, che nel sorriso dell'altro risiede tutta la bellezza del mondo, una visione che eleva il rapporto umano a forma metafisica, un rifugio sacro dal quale attingere la forza per proseguire. Rispetto alla furia iconoclasta, all'urgenza politica e al muro di suono distorto che caratterizzavano Il Teatro degli Orrori, la carriera solista di Capovilla opera un cambio di passo radicale: se con la sua band storica l'approccio era quello di una denuncia collettiva e viscerale, un urlo necessario contro le storture del sistema, qui la lente d'ingrandimento si restringe fino a soffermarsi sul battito cardiaco del singolo, sul micro-cosmo del sentimento. Non c'è più il desiderio di scuotere le folle, ma quello di riconoscersi negli elementi di un mosaico emotivo che appartiene a chiunque abbia amato e sia stato lasciato in sospeso, confermando come la forza di uno dei rocker più lucidi e autorevoli del panorama italiano risieda proprio in questa capacità di cambiare pelle, trasformando la rabbia in malinconia e il rumore in un silenzio carico di significato.

Alessio Miglietta 

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