Alla Fiera Dell'Est di Angelo Branduardi: L'inesorabile e poetica danza del destino
"Alla fiera dell'est" (1976) non è semplicemente il brano più celebre di Angelo Branduardi, ma un vero e proprio manifesto di architettura musicale e narrazione filosofica. Nata dall'adattamento del canto pasquale ebraico Chad Gadya, la canzone si presenta come una filastrocca infantile, ma nasconde al suo interno una complessa riflessione sull'esistenza, orchestrata attraverso una struttura formale geniale. Ecco un'analisi tecnica e concettuale del brano, focalizzata sull'evoluzione, il movimento e la poetica. Il concetto di "progresso" e "crescita" in Alla fiera dell'est non è solo un tema testuale, ma è codificato nel DNA stesso della partitura attraverso la struttura cumulativa (o ad incastro). Ad ogni strofa, il brano aggiunge un nuovo elemento narrativo e melodico ("e venne il gatto...", "e venne il cane..."), costringendo la melodia a dilatarsi all'indietro per ripercorrere l'intera catena degli eventi fino al punto d'origine ("che al mercato mio padre comprò"). Da un punto di vista tecnico, questo genera un progresso organico inesorabile: metricamente, la strofa si allunga matematicamente, richiedendo all'ascoltatore (e all'esecutore) una capacità di ritenzione mnemonica e di fiato via via maggiore; filosoficamente, la catena alimentare e degli eventi (il topo, il gatto, il cane, il bastone, il fuoco, l'acqua, il toro, il macellaio, l'Angelo della Morte, il Signore) rappresenta l'evoluzione organica della vita e della storia. Si parte dall'infinitamente piccolo (un topolino acquistato per due soldi) per scalare la gerarchia della forza fisica e degli elementi naturali, fino ad arrivare alla dimensione metafisica e all'Assoluto (Il Signore). È un progresso teleologico, che dimostra come ogni singola azione nell'universo sia subordinata a una forza superiore. Il senso di "movimento" espresso dal brano è forse il suo tratto musicale più distintivo. Branduardi non utilizza un crescendo tradizionale basato sull'aumento del volume (dinamica), ma un crescendo per stratificazione e densità ritmica. L'arrangiamento stratificato si apre con un accompagnamento scarno: la voce di Branduardi accompagnata da una chitarra acustica arpeggiata dal sapore rinascimentale. Man mano che la narrazione "cresce", l'arrangiamento si fa più denso. Entrano in gioco strumenti della tradizione folk e antica (violino, flauti, percussioni etniche, pifferi). La texture musicale si ispessisce strofa dopo strofa. L'accelerazione percettiva entra in gioco perché, sebbene il BPM (battiti per minuto) di base rimanga relativamente costante, l'accumulo serrato delle parole crea nell'ascoltatore l'illusione ottica (o meglio, acustica) di una vertiginosa accelerazione. Il saltarello inesorabile, dato dal tempo in 3/4 (o 6/8 a seconda dell'interpretazione ritmica della danza), conferisce al brano l'andamento di una danza popolare antica, simile a un saltarello o a una tarantella. Questo movimento circolare e rotatorio diventa quasi ipnotico nella coda strumentale finale. È il movimento ineluttabile del destino e del tempo che scorre, una "danza macabra" mascherata da festa paesana. La poesia del brano, i cui testi sono stati curati come sempre dalla moglie di Branduardi, Luisa Zappa, risiede nel suo straordinario contrasto tonale. Il linguaggio è volutamente semplice, archetipico, privo di aggettivazioni superflue. "Mio padre comprò", "E venne l'acqua che spense il fuoco". Questa asciuttezza fiabesca serve a veicolare concetti di una brutalità e di una vastità assolute: la predazione, l'entropia, la morte e il divino. La poetica di Branduardi qui raggiunge il suo apice perché riesce a mimetizzare la tragedia, facendo sì che la morte violenta di ogni animale o elemento venga cantata con la levità di una ninnananna, e ad universalizzare il messaggio, spogliando il testo originale ebraico dei suoi connotati strettamente storico-religiosi (dove il capretto rappresentava il popolo d'Israele e i vari predatori gli imperi oppressori), creando un mito universale sulla fragilità della condizione umana e sull'ordine cosmico. Alla fiera dell'est è un capolavoro di architettura musicale progressiva prestata al folk. Il suo genio risiede nell'isomorfismo tra forma e contenuto: la canzone è ciò che racconta. Cresce organicamente proprio come la catena degli eventi che descrive, si muove con il passo inesorabile del tempo e usa la poesia dell'infanzia per spiegare agli adulti la spietata, meravigliosa e circolare complessità dell'universo.
Alessio Miglietta
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