Cronaca di una Morte Musicale Annunciata: La Lenta Agonia dell'Album di Willy Peyote
Mi è stato "caldamente" consigliato "un disco assurdo". La mia innata curiosità mi ha messo in posizione di ascolto, e ho chiesto subito chi fosse l'artista. Ecco, lì ho per un attimo assunto la posizione di difesa, semplicemente perché per un motivo o per un altro ho avuto modo di avere a che fare con il suo materiale. Anatomia di uno schianto prolungato si presenta infatti con la consueta, stucchevole pretesa concettuale di Willy Peyote: fare da specchio critico alla società usando l'ironia come grimaldello, fallendo però miseramente sotto il profilo squisitamente tecnico in un mare di prolissità e pesantezza formale. L'elemento che aggredisce subito l'orecchio è l'eccesso grottesco dell'arrangiamento: l'album è letteralmente asfissiato da un'impalcatura ridondante e pretenziosa di archi e fiati che, anziché arricchire il tessuto armonico, satura il mixaggio creando un insopportabile e confusionario "effetto polpettone". Questa ricerca spasmodica della veste "colta" e suonata dal vivo suona come un goffo specchietto per le allodole, un maldestro tentativo di mascherare una struttura di beatmaking drammaticamente pigra e ripetitiva. E se la musica arranca, le collaborazioni affondano il colpo di grazia: l'inserimento di quell'inutile duetto è una scelta palesemente accessoria, drammaticamente priva di qualsivoglia alchimia timbrica o concettuale, utile solo a spezzare il ritmo senza aggiungere una singola oncia di valore all'opera. Guardando alla scrittura e all'esecuzione pura, ci schiantiamo contro una penna raramente incisiva, che ha il vizio fatale di scambiare la banale battuta sarcastica da bar per acume sociologico. Il verdetto sul rappato è inevitabilmente inclemente: Peyote si trascina su una delivery quasi parlato-cantata, dolorosamente priva di variazioni metriche, incastrata in un flow monocordo, asfittico e telefonato. Sia chiaro, il rapper torinese non ha, e non avrà mai, le chiavi d'accesso per l'Olimpo stilistico dei veri mostri sacri: resta e resterà a distanza siderale dalla complessa geometria metrica e dal formidabile incastro sillabico di un Rancore, così come gli è totalmente estranea la viscerale potenza d'impatto e il magistrale controllo del respiro di un MezzoSangue. Eppure, in mezzo a questo disastro strutturale, tre singole isole di salvataggio impediscono il naufragio totale, mostrando l'album che sarebbe potuto essere e che non è stato. "Burrasca" è senza dubbio il momento meglio bilanciato, dove la produzione smette di soffocare la voce trovando un eccellente equilibrio tra una sezione ritmica dinamica e un building-up melodico efficace, regalando una transizione organica verso un ritornello in cui l'interpretazione risulta finalmente a fuoco e credibile. "Mi Arrendo" trionfa invece per la sua potenza essenziale: spogliandosi dell'orpello superfluo, sfrutta un'ottima progressione armonica e un'atmosfera minimalista in cui la cadenza si incastra alla perfezione nello spazio sonoro, sfoggiando una rara e calibrata vulnerabilità espressiva. Infine "Luigi", tecnicamente il pezzo più solido sul versante narrativo, in cui il granitico groove di basso regge l'intero impianto con un timing impeccabile, permettendo al testo di srotolare un racconto coerente senza smarrirsi in digressioni logorroiche e utilizzando gli inserti strumentali con un'intelligenza e un dosaggio altrimenti sconosciuti nel resto della tracklist. Al di fuori di queste tre flebili scintille, l'opera si trascina penosamente tra velleità cantautorali mai maturate e un rap fin troppo basico. Alla fine, bisogna quantomeno riconoscere a Willy Peyote una brutale onestà nell'aver scelto il titolo dell'album: ascoltare e analizzare questo disco è esattamente come assistere al rilievo autoptico di un catastrofico incidente stradale in slow-motion. L'unica, sostanziale differenza è che da uno schianto prolungato vero e proprio, ogni tanto, qualcuno riesce ad uscire vivo; da questo ascolto, invece, le tue funzioni cerebrali ne escono ufficialmente donate alla ricerca.
Alessio Miglietta
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