FREDDIE MERCURY & C., la più grande (jukebox) band di sempre ... L'ennesima riedizione di QUEEN II e il grande bluff del Rock
La macchina dell'industria discografica non dorme mai, e quando le idee e la spinta creativa sono un lontano ricordo del passato, il feticismo del collezionismo diventa la risorsa da prosciugare fino all'ultima goccia. In questa prima metà del 2026 assistiamo all'ennesima operazione nostalgia venduta a peso d'oro: la "Collector's Edition" di Queen II, un cofanetto imponente da 5 CD e 2 LP impreziosito dal consueto e prescindibile "2026 Mix", dalle ormai inflazionate sessioni registrate per la BBC e da un intero disco affollato di demo abbozzati, tracce vocali guida e scarti di studio. Una cattedrale di cartapesta concepita per la gioia dello zoccolo duro della fanbase, pronto a rispolverare il solito e stanco dogma: Queen II sarebbe il loro incompreso capolavoro prog, la prova inconfutabile che la band guidata da Freddie Mercury e Brian May non è mai stata una semplice fabbrica di singoli commerciali, ma una realtà profonda, concettuale, aristocratica. Eppure, proprio questa riedizione ipertrofica, nel suo disperato intento di divinizzare l'opera del 1974, ne scopre impietosamente i fianchi, offrendo l'occasione perfetta per smontare un bluff storico che dura da oltre cinquant'anni.
Riascoltare Queen II oggi, depurato dalla patina dorata della reverenza acritica e passato al setaccio di questo farraginoso restauro, non restituisce la visione di un classico del rock progressivo, bensì l'immagine di un lavoro irrimediabilmente frammentato e privo di spina dorsale. I devoti del quartetto britannico hanno sempre sbandierato la celebre divisione tra "Lato Bianco" e "Lato Nero" come la testimonianza di una raffinatezza concettuale superiore, un'architettura dualistica quasi alchemica. Ma la verità analitica è spoglia di qualsiasi magia: non esiste alcun vero concept album in Queen II. Laddove i mostri sacri dell'epoca — dai Pink Floyd ai Genesis, fino ai King Crimson — costruivano monumenti sonori sorretti da un'idea filosofica, da una visione lirica unificante o da un percorso narrativo rigoroso, i Queen si limitavano ad accostare due attitudini compositive che non dialogavano affatto tra loro. Il lato a firma prevalentemente di Brian May, intriso di un romanticismo hard rock dai tratti vittoriani, e quello a trazione Freddie Mercury, dominato da un fantasy teatrale e barocco, non formano una complessa polarità poetica, ma registrano semplicemente una frattura. Ciò che tiene insieme i brani non è una coerenza di fondo, ma un gigantesco trucco da illusionista: una spaventosa quantità di sovraincisioni vocali e chitarristiche, erette come una muraglia di suono per mascherare il vuoto strutturale e distrarre l'ascoltatore dall'assenza di un vero filo conduttore.
Se la struttura originale dell'album rivelava già le sue visibili crepe, l'esame del materiale "inedito" stipato in questa nuova super-deluxe edition trasforma il dubbio in una certezza sconfortante. Ci viene chiesto di sborsare una cifra spropositata per fruire di ben cinque dischi pieni di provini e tracce abbozzate, con la promessa di assistere al disvelamento del genio compositivo allo stato puro. Il paradosso è che, togliendo ogni sovrastruttura produttiva da studio a un lavoro già di per sé saturato oltre ogni limite, ciò che emerge non è la fiamma viva di un'avanguardia incompresa, ma la nuda e fredda meccanica del pop. Gli scarti di registrazione non mostrano quattro musicisti intenti a spingere i confini del linguaggio musicale, bensì una band impegnata nella disperata e minuziosa ricerca del ritornello a effetto, della frase ad effetto da cucire poi insieme con chili di effetti di regia. Più si scavano le viscere di queste sessioni, più ci si rende conto che l'estetica di Queen II non era il veicolo di una visione artistica alta, ma una luccicante maschera barocca usata per nobilitare idee melodiche di fondo estremamente tradizionali.
Questa constatazione porta inevitabilmente a fare i conti con una verità storica che la storiografia rock ufficiale tende spesso a edulcorare, ma che i dati e la sostanza musicale confermano senza appello. Non è affatto un caso fortuito se il disco più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito resta il primo Greatest Hits dei Queen. La band non ha mai posseduto, per natura nativa ed estetica compositiva, la capacità o l'interesse di sostenere la tensione poetica, narrativa e concettuale di un 33 giri per quarantacinque minuti d'un fiato. Erano, al loro livello più alto e indiscutibile, la più grande "jukebox band" che la storia del rock abbia mai partorito. Il loro vero talento, immenso ma circoscritto, risiedeva nella capacità di confezionare il singolo perfetto, l'inno da stadio trasversale, la gemma da tre minuti in grado di colonizzare le radio e la memoria collettiva. Pretendere di estrapolare da questo DNA un'anima prog da filosofi del suono significa scambiare il decoro per la struttura, la confezione per il contenuto.
Tentare di trasformare Queen II nella risposta inglese al rock concettuale d'autore è un'operazione di revisionismo spinta unicamente dal feticismo commerciale e dall'incapacità dei fan di accettare la reale natura della band. L'ennesima riedizione super-deluxe del 2026, con i suoi mix ritoccati al computer e i suoi lussuosi contenitori per collezionisti, finisce per ottenere l'effetto opposto a quello sperato dai suoi promotori: invece di consacrare un capolavoro, ne celebra definitivamente l'artificio. Nessun packaging dorato, nessun "2026 Mix" e nessuna tonnellata di scarti di studio potrà mai trasformare una pur gradevole raccolta di intuizioni pop e sfarzi teatrali in un vero monumento del rock.
Alessio Miglietta
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