Il Ruggito di Wembley: L'Apice Assoluto degli OASIS Live
Nel luglio 2000, l'aria sopra il vecchio stadio di Wembley era carica della tipica elettricità che precede un evento epocale. Quando gli Oasis salirono su quel palco per registrare Familiar To Millions, non erano più la band di ragazzini sfrontati che aveva conquistato Knebworth quattro anni prima, ma un'istituzione rock sopravvissuta ai propri eccessi. Questo doppio album dal vivo non è solo la testimonianza di due serate storiche (sebbene il disco sia tratto quasi interamente dal primo dei due concerti londinesi), ma una fotografia nitida e brutale di una band in piena transizione, capace ancora di radunare 70.000 persone a sera e di suonare con un'arroganza ineguagliabile. Familiar To Millions arriva a supporto del quarto album in studio, Standing on the Shoulder of Giants, un disco dalle atmosfere più cupe e psichedeliche che segnava la fine dell'era puramente Britpop. La line-up era appena stata stravolta: gli storici membri fondatori Bonehead e Guigsy avevano abbandonato la nave, rimpiazzati da due musicisti di altissimo calibro come Gem Archer alla chitarra e Andy Bell al basso. Questo cambio di guardia si traduce immediatamente in un suono dal vivo molto più massiccio, tecnico e compatto. Con Archer e Bell, la base ritmica e armonica degli Oasis diventa un muro di suono impenetrabile su cui le chitarre di Noel Gallagher possono spaziare con maggiore libertà, supportati dai battiti pesanti del batterista Alan White. Ciò che rende Familiar To Millions un live mastodontico è la produzione più "naturale" possibile. Non si cerca di nascondere le imperfezioni, proprio per esaltare l'impatto frontale della band. Il pubblico di Wembley non è un semplice rumore di fondo, ma si eleva a sesto membro del gruppo. I cori oceanici del pubblico britannico che canta ogni singolo riff di chitarra e ogni parola dei testi creano un riverbero umano che mette i brividi. La voce di Liam Gallagher in questo periodo è un capitolo a sé: ruvida, graffiante, al limite dello strappo. Ha perso la pulizia cristallina dei primissimi anni '90, guadagnando però in aggressività e sfrontatezza punk. Il suo ringhiare al microfono, mescolato agli insulti goliardici lanciati alla folla, incarna perfettamente l'attitudine "working class" che li ha resi famosi. La scaletta è costruita con una sapienza chirurgica, alternando i classici monumentali a brani più recenti e complessi. L'ingresso strumentale con Fuckin' in the Bushes è una delle introduzioni più cariche di adrenalina della storia del rock. Prepara letteralmente il terreno prima che la band esploda con Go Let It Out e Who Feels Love?, dimostrando la volontà di imporre il nuovo materiale. L'energia subisce un'impennata con versioni granitiche di Supersonic e Acquiesce. In quest'ultima, il botta e risposta vocale tra Liam e Noel trova la sua espressione dal vivo definitiva, diventando un inno di fratellanza che infiamma Wembley. Gas Panic! è senza dubbio il capolavoro assoluto dell'album. La versione suonata a Wembley trasforma il brano da una traccia in studio introspettiva in una cavalcata epica e psichedelica, con un assolo di Noel Gallagher ispiratissimo e una sezione ritmica ipnotica. La sezione centrale e finale del concerto è una sfilata di inni generazionali. Wonderwall, Stand By Me e Cigarettes & Alcohol vengono consegnate al pubblico che le canta a squarciagola. Il momento acustico di Noel con Don't Look Back in Anger è da brividi: lascia cantare interi ritornelli allo stadio, creando un senso di comunione collettiva indescrivibile. La chiusura è affidata a una versione estesa, rumorosa e catartica di Champagne Supernova, seguita dalla muscolare Rock 'n' Roll Star. A sigillare l'opera, una cover sorprendentemente cupa e potente di Hey Hey, My My (Into the Black) di Neil Young, un omaggio alle radici rock e un messaggio di resilienza ("Rock and roll can never die"). Familiar To Millions non è l'Oasis del periodo di massima brillantezza pop (quello di Definitely Maybe o Morning Glory), ma è l'Oasis nella sua forma dal vivo più adulta, pesante e consapevole. È il suono di una rock band da stadio che domina il proprio spazio con un'autorevolezza schiacciante, in un'epoca in cui il rock chitarristico stava iniziando a cedere il passo ad altri generi nelle classifiche mondiali. Riascoltarlo oggi significa immergersi in una celebrazione selvaggia della musica live che gli Oasis rappresentavano alla soglia del nuovo millennio: imperfetti, conflittuali, ma capaci di regalare un'esperienza catartica di proporzioni bibliche. È, senza mezzi termini, l'apice della loro seconda incarnazione.
Alessio Miglietta
Alessio Miglietta
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