L'ennesimo capolavoro di NOEL GALLAGHER: DEAD IN THE WATER
Ormai il pop e il rock si blindano molto (troppo) spesso dietro cattedrali di frequenze iper-prodotte, ma imbattersi in una registrazione nuda è come ritrovare uno specchio d’acqua dolce in un deserto di sale. È esattamente questo il miracolo analogico e spirituale che si compie in Dead in the Water, la gemma nascosta che chiude il terzo album dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, Who Built the Moon? (2017).
Se per scrivere una canzone basta un’intuizione, per fermare il tempo occorre una congiunzione astrale. Questa è la cronaca di un'immensità acustica, l’anatomia di un capolavoro involontario; una grandiosa e malinconica liturgia di accordi in cui il maggiore dei fratelli Gallagher ha dimostrato, ancora una volta e forse più di ogni altra, che la vera grandezza del songwriting risiede nell'arrivare lì dove il cuore della melodia incontra l'anima del sentimento.
Per comprendere la magnitudo di Dead in the Water, bisogna prima inquadrarne il contesto, che ha i connotati del paradosso. Who Built the Moon? è l'album più cosmico, psichedelico e stratificato della carriera solista di Noel, forgiato in un caleidoscopio di loop, fiati, sirene e muri di suono. Eppure, l'apice emotivo del disco è relegato a una bonus track, catturata quasi per caso in una sessione radiofonica agli RTE 2FM Studios di Dublino.
Non c'è produzione. Non c'è click track. C'è solo l'aria densa di una stanza irlandese, una chitarra acustica, la voce di un uomo che ha superato i cinquant'anni e un pianoforte suonato in diretta da Mike Rowe. È una first take, una "buona la prima". E in questa sua imperfezione genetica — nel fruscio del nastro, nel respiro preso lontano dal microfono, nel leggero, umano ritardo di una pennata — risiede il suo inestimabile valore. È l'anti-produzione che si fa estetica assoluta.
Questo brano è un trattato sulla maestria compositiva della "scuola Gallagher", ma spogliata dell'arroganza elettrica degli anni '90 e vestita di una saggezza dolente.
Stilisticamente, la canzone si muove su progressioni armoniche che Noel conosce a menadito, ma le manipola con una lentezza disarmante. L'arpeggio iniziale, suonato con un plettro che sembra sfiorare il metallo delle corde più per necessità che per intenzione, stabilisce un tempo che è misurato in battiti cardiaci anziché in BPM. La chitarra è accordata con una risonanza aperta, lignea, tattile.
Il pianoforte non entra per guidare, ma per sanguinare nel background. Le note di Rowe cadono come gocce di pioggia lenta su una vetrata appannata, echi lontani che riempiono i vuoti lasciati dalla chitarra senza mai sovrastarla. È una lezione di sottrazione acustica: il suono non viene aggiunto per riempire, ma per evidenziare lo spazio, ricreando a livello sonoro l'immagine stessa di un vasto e buio oceano in cui si galleggia senza meta.
Ma è nel testo che Dead in the Water raggiunge il suo zenith, in tutta la sua maturità sofferente. Non siamo più di fronte all'ottimismo sfrontato di Live Forever o alla rabbia giovanile di Manchester. Qui siamo nel cuore della notte dell'età adulta, dove le perdite sono irreversibili e i fantasmi non se ne vanno al mattino.
Il titolo stesso, "Morto nell'acqua" (un'espressione idiomatica inglese per descrivere qualcosa di arenato, senza speranza di progresso, ma anche un'immagine letterale di annegamento), detta le coordinate di un naufragio dell'anima.
L'apice narrativo esplode, trattenuto e straziante, nella discesa del ritornello:
Am I dead in the water? / A ghost on the sea? / Let me have just one more / Before you are taken from me.
È una richiesta di grazia postuma. Il narratore sa che la separazione (che sia una morte fisica, la fine di un amore definitivo o la perdita di sé) è già avvenuta. Non c'è lotta, non c'è la pretesa di salvare la nave che affonda. C'è solo la supplica, sommessa e disperata, di poter trattenere un ultimo frammento di luce prima dell'oscurità totale. La parola "ghost" (fantasma) non è usata a caso: il protagonista si sente già trasparente, disconnesso dal mondo dei vivi, alla deriva in un mare di ricordi ("I can see you in my mind's eye / Dancing in the rain").
L'interpretazione vocale merita un capitolo a sé. Noel Gallagher non ha l'estensione graffiante del fratello Liam, né ne ha mai avuto bisogno per i suoi brani acustici (da Talk Tonight a Half the World Away). Ma in Dead in the Water, la sua voce raggiunge una profondità inedita.
È una voce consunta, invecchiata come il cuoio, che si spezza impercettibilmente sulle vocali aperte e si appoggia sulle consonanti con la rassegnazione di chi sta confessando un segreto a se stesso, davanti a uno specchio. Il modo in cui allunga la parola "wa-ter", facendola quasi tremare sul limite del pianto, è un colpo di teatro senza alcuna teatralità. Non c'è finzione; c'è la totale, ineluttabile esposizione del nervo scoperto.
Non è solo una grande canzone; è una storia che racconta come la magia della musica sia, in fondo, una questione di spettri che si incontrano in una stanza. È un brano gigantesco proprio perché si rifiuta di esserlo, chiudendosi su sé stesso in un intimismo claustrofobico ma universale.
Ascoltarla significa accettare di sprofondare in quelle stesse acque fredde, significa fare i conti con i propri naufragi e con le persone che ci sono state "portate via". Con un'esecuzione registrata quasi per sbaglio alla fine di una giornata in studio, Noel Gallagher ha scolpito uno dei suoi più grandi capolavori: una ballata spietata e bellissima, un faro solitario in mezzo all'oceano, destinato a illuminare la notte di chiunque abbia mai perso la rotta, e non l'abbia mai più ritrovata.
Alessio Miglietta
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