Ma quale CANTO D'AMORE... il nuovo strazio acustico di Angelina Mango (con la complicità di Marco Mengoni)


Ci sono momenti, nell’ascolto critico, in cui il confine tra l’espressione artistica e il prodotto da catena di montaggio si fa non solo labile, ma del tutto inesistente. Canto d'amore, l'ultimo, superfluo e inutile parto del mercato discografico italiano a firma Angelina Mango e Marco Mengoni, è la perfetta e desolante rappresentazione di questo abisso.
Siamo lontani anni luce da quel cantautorato impegnato, ma anche da un pop (se proprio vogliamo) di qualità, o da qualsiasi fervore elettrico, artistico, vero, che scavava davvero nell'animo umano. In questa traccia non c'è traccia delle tensioni emotive di qualunque grande cantante o autore che si rispetti (infatti parliamo di ricchi mestieranti), né di chitarre affilate e urgenti. C'è solo plastica, un vuoto stantio mascherato da sentimenti preconfezionati a uso e consumo delle playlist e dei brand commerciali di turno.
Angelina Mango continua a surfare sull'onda di un non meglio definito genere non-musicale usa e getta, portando a casa il compitino solito, privo di qualsivoglia spessore testuale o musicale. Le parole si rincorrono senza mai lasciare un graffio, cucite su melodie costruite in laboratorio con il solo scopo di non disturbare, di fare numeri, di scivolare addosso come pioggia su un impermeabile da discount durante l'ennesimo spot pubblicitario.
E poi c'è Mengoni. Un interprete che, nonostante una dotazione vocale che un tempo poteva far sperare in traiettorie se non alternative perlomeno più nobili, ha abdicato definitivamente. Qualsiasi ricerca artistica è finita dritta nel cesso, e lui stesso ha tirato lo sciacquone. È avvilente constatarlo, ma Marco Mengoni è ormai specializzato in duetti di merda. Non c'è davvero altra perifrasi per definire questa deriva. Infilato a forza in ogni tragica collaborazione possibile pur di mantenere alti gli streaming, si limita a prestare i suoi proverbiali gorgheggi a brani che puzzano di vecchio o di artificiale fin dalla prima nota. Operazioni di puro calcolo, decise a tavolino nei consigli di amministrazione delle major, dove la musica è solo un fastidioso effetto collaterale del marketing.
Musicalmente, Canto d'amore è una landa desolata. Non c'è un azzardo, un guizzo ritmico, una progressione armonica che osi sfidare la banalità del quattro quarti più trito. È l'apoteosi del karaoke inoffensivo, il trionfo assoluto di quel vuoto su cui continuo a formulare svariate ipotesi. Un vuoto che divora la canzone, sostituendo il sangue, il sudore e la polvere di una vera sala prove con il gelo di un plug-in preimpostato da chissà quante teste.
Se questa è la vetrina dorata della musica italiana contemporanea, viene solo voglia di abbassare le tapparelle, staccare ogni connessione digitale e rimettere sul piatto un vecchio vinile di Lucio Battisti. Lì, anche nel dolore o nella leggerezza, pulsava la vita. In questo Canto d'amore, invece, risuona solo il clic metallico di un registratore di cassa e il tonfo sordo di una musica che ha rinunciato alla propria dignità.
Ora cosa manca? Giusto Tiziano Ferro featuring Big Mama, oppure Ultimo featuring Anna. Quando certa musica fa completamente cagare non c'è limite alla provvidenza. O alla sfiga, scegliete voi.

Alessio Miglietta 

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