La voce che non smette di bruciare: In memoria di Pier Paolo Pasolini
A oltre mezzo secolo da quella tragica alba all'Idroscalo di Ostia del 2 novembre 1975, il vuoto lasciato da Pier Paolo Pasolini continua a risuonare con la forza di un monito irrisolto. Non commemoriamo oggi un intellettuale pacificato, né un pensatore che il tempo ha reso inoffensivo e sceso a compromessi. Ricordiamo un eretico, un poeta corsaro, una ferita ancora aperta nella coscienza collettiva che rifiuta di rimarginarsi.
Pasolini possedeva il dono tremendo e doloroso della profezia. Con uno sguardo lucido e disperato, aveva compreso prima di chiunque altro la "mutazione antropologica" che stava per travolgere l'Italia e l'Occidente intero. Aveva visto arrivare il fascismo subdolo del consumismo, quell'omologazione spietata che avrebbe cancellato le identità locali, i dialetti e il mondo contadino per trasformare individui unici in perfetti, ubbidienti consumatori. Le sue analisi, che all'epoca molti scambiarono per provocazioni o apocalissi personali, ci appaiono oggi come la radiografia esatta, quasi clinica, della nostra epoca iper-connessa eppure spaventosamente sola.
Ma egli non fu soltanto un implacabile analista della modernità; fu prima di tutto il cantore di una sacralità disperata, nascosta negli angoli più bui del mondo. Nelle polverose borgate romane, tra fango e lamiere, Pasolini cercava la grazia là dove la società borghese vedeva solo degrado e miseria. I suoi Ragazzi di vita, i volti ruvidi dei suoi film, le madonne di periferia, non erano mai per lui materia di freddo studio sociologico. Erano corpi sacri, portatori di una purezza arcaica, innocente e violenta, che il progresso avrebbe inesorabilmente schiacciato.
Oggi, ricordare la sua morte significa fare i conti con la sua vita. Rileggere i suoi articoli, guardare i suoi film o ascoltare il suo inconfondibile tono di voce significa accettare di mettersi scomodi, di farsi interrogare. Pasolini ci manca perché ci manca la sua feroce indipendenza intellettuale. Ci manca il suo coraggio di lanciare il proprio corpo nella lotta, di andare controcorrente non per posa, ma per una necessità vitale e straziante di dire la verità, sapendo di dover pagare il prezzo del linciaggio mediatico, dell'isolamento e, in ultima istanza, del sangue.
Sulla sabbia scura di Ostia è stato spento un corpo, martoriato con una brutalità che ancora oggi chiede giustizia. Eppure, chi credeva di metterlo a tacere per sempre ha commesso il più grande degli errori. Pier Paolo Pasolini non riposa in pace nei libri di storia: vive in ogni domanda scomoda che abbiamo il coraggio di porci, nel rifiuto dell'indifferenza, nella ostinata ricerca di un'umanità autentica. È lì, nel dissenso e nella poesia, che continuiamo a incontrarlo.
Alessio Miglietta
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